" O MARIA CONCEPITA SENZA PECCATO, PREGA PER NOI CHE RICORRIAMO A TE! "

" O MARIA CONCEPITA SENZA PECCATO, PREGA PER NOI CHE RICORRIAMO A TE! "
"Piena di grazia Ti chiamo perchè la grazia Ti riempie; e se potessi, molta più grazia Ti darei. Il Signore è con Te, anche più di quanto Tu sia con Dio; la Tua Carne non è più Carne Tua, il Tuo Sangue è per due. E benedetta sarai tra tutte le donne, perchè, se sei Madre di tutti, chi potrebbe non amarTi?"

14 agosto 2012

SIAMO UOMINI O DONNE DI FEDE?


“Se avrete Fede…”: tutta la nostra vita spirituale poggia su queste parole; senza la Fede si diventa apòstati, cioè traditori, spergiuri, infedeli. 
Senza la Fede rifiutata, quindi continuando a farsi passare per cattolico quando il cuore ha scelto l’opposto di ciò che insegna Gesù Cristo, si diventa aridi e secchi come rami da bruciare nel fuoco.
Spesso però, molti cattolici si abbattono per l’incapacità di affrontare difficoltà o altre sofferenze, non hanno la forza che arriva dalla Fede. E crollano, perdono la lucidità di affrontare con coraggio e con l’invocazione della Madonna, quegli ostacoli che sembrano insormontabili per gli uomini; ma dove c’è la Fede nulla è impossibile. 
Forse occorrerà attendere un po’ più di tempo per ottenere particolari Grazie, ma sempre Gesù e Maria rimangono accanto a coloro che sperano e pregano.
(padre Giulio Maria Scozzaro)

SANTA CHIARA D'ASSISI



                     
Ha appena dodici anni Chiara, nata nel 1194 dalla nobile e ricca famiglia degli Offreducci, quando Francesco d'Assisi compie il gesto di spogliarsi di tutti i vestiti per restituirli al padre Bernardone. Conquistata dall'esempio di Francesco, la giovane Chiara sette anni dopo fugge da casa per raggiungerlo alla Porziuncola. Il Santo le taglia i capelli e le fa indossare il saio francescano, per poi condurla al monastero benedettino di S. Paolo, a Bastia Umbra, dove il padre tenta invano di persuaderla a ritornare a casa. Si rifugia allora nella Chiesa di San Damiano, in cui fonda l'Ordine femminile delle «povere recluse» (chiamate in seguito Clarisse) di cui è nominata badessa e dove Francesco detta una prima Regola. Chiara scrive successivamente la Regola definitiva chiedendo ed ottenendo da Gregorio IX il «privilegio della povertà». Per aver contemplato, in una Notte di Natale, sulle pareti della sua cella il presepe e i riti delle funzioni solenni che si svolgevano a Santa Maria degli Angeli, è scelta da Pio XII quale protettrice della televisione. Erede dello spirito francescano, si preoccupa di diffonderlo, distinguendosi per il culto verso il SS. Sacramento che salva il convento dai Saraceni nel 1243. (Avvenire)
Patronato: Televisione
Etimologia: Chiara = trasparente, illustre, dal latino
Emblema: Giglio, Ostia
Martirologio Romano: Memoria di Santa Chiara, vergine, che, primo virgulto delle Povere Signore dell’Ordine dei Minori, seguì San Francesco, conducendo ad Assisi in Umbria una vita aspra, ma ricca di opere di carità e di pietà; insigne amante della povertà, da essa mai, neppure nell’estrema indigenza e infermità, permise di essere separata.

La sera della domenica delle Palme del 1212 una bella ragazza diciottenne fugge dalla sua casa in Assisi e corre alla Porziuncola, dove l’attendono Frate Francesco e il gruppo dei suoi Frati minori. Le fanno indossare un saio da penitente, le tagliano i capelli e poi la ospitano in due successivi monasteri benedettini, a Bastia e a Sant’Angelo.
Infine Chiara prende dimora nel piccolo fabbricato annesso alla Chiesa di San Damiano, che era stata restaurata da Frate Francesco. Qui Chiara è stata raggiunta dalla sorella Agnese; poi dall’altra, Beatrice, e da gruppi di ragazze e donne: saranno presto una cinquantina.
Così incomincia, sotto la spinta di Frate Francesco d’Assisi, l’avventura di Chiara, figlia di nobili che si oppongono anche con la forza alla sua scelta di vita, ma invano. Anzi, dopo alcuni anni andrà con lei anche sua madre, Ortolana. Chiara però non è fuggita “per andare dalle monache”, ossia per entrare in una comunità nota e stabilita. Affascinata dalla predicazione e dall’esempio di Frate Francesco, la ragazza vuole dare vita a una famiglia di claustrali radicalmente povere, come singole e come monastero, viventi del loro lavoro e di qualche aiuto dei Frati minori, immerse nella preghiera per sé e per gli altri, al servizio di tutti, preoccupate per tutti.
Chiamate popolarmente “Damianite” e da Frate Francesco “Povere Dame”, saranno poi per sempre note come “Clarisse”.  
Da Frate Francesco, lei ottiene una prima Regola fondata sulla povertà. Frate Francesco consiglia, Frate Francesco ispira sempre, fino alla morte (1226), ma lei è per parte sua una protagonista, anche se sarà faticoso farle accettare l’incarico di abbadessa. In un certo modo essa preannuncia la forte iniziativa femminile che il suo secolo e il successivo vedranno svilupparsi nella Chiesa.
Il Cardinale Ugolino, Vescovo di Ostia e protettore dei Minori, le dà una nuova Regola che attenua la povertà, ma lei non accetta sconti: così Ugolino, diventato Papa Gregorio IX (1227-41) le concede il “privilegio della povertà”, poi confermato da Innocenzo IV con una solenne bolla del 1253, presentata a Chiara pochi giorni prima della morte.
Austerità sempre. Però “non abbiamo un corpo di bronzo, né la nostra è la robustezza del granito”. Così dice una delle lettere (qui in traduzione moderna) ad Agnese di Praga, figlia del re di Boemia, severa badessa di un monastero ispirato all’ideale francescano.
Chiara le manda consigli affettuosi ed espliciti: “Ti supplico di moderarti con saggia discrezione nell’austerità quasi esagerata e impossibile, nella quale ho saputo che ti sei avviata”.
Agnese dovrebbe vedere come Chiara sa rendere alle consorelle malate i servizi anche più umili e sgradevoli, senza perdere il sorriso e senza farlo perdere. A soli due anni dalla morte, Papa Alessandro IV la proclama Santa.
Santa Chiara si distinse per il culto verso l'Eucarestia. Per due volte Assisi venne minacciata dall'esercito dell'imperatore Federico II che contava, tra i suoi soldati, anche saraceni. Suor Chiara, in quel tempo malata, fu portata alle mura della città con in mano la pisside contenente il Santissimo Sacramento: i suoi biografi raccontano che l'esercito, a quella vista, si dette alla fuga.
 (Domenico Agasso)

11 agosto 2012

DESIDERO AMARTI CON TUTTO IL CUORE...


Gesù, mio carissimo Salvatore e Amico, la sola cosa di cui ho davvero bisogno per realizzare la mia vita, è di amarTi con tutto il mio cuore, con tutta la mia anima e con tutta la mia forza. 
Preparandomi a mettere in pratica questo amore nel compiere con fede e gioia i miei doveri di ogni giorno, vorrei cominciare, qui ed ora, con l'adorarTi con ogni fibra del mio essere, perché Tu solo sei la mia Gioia e la mia vera Felicità.
Ti voglio bene, o mia Forza.

10 agosto 2012

UNA ROSA PUO' NASCERE SOLTANTO DA UN'ALTRA ROSA

Ave, o Maria, Piena di grazia, il Signore è con Te. Tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il Frutto del Tuo seno, Gesù.
Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell'ora della nostra morte. Amen.

SANTA MARINA DI BITINIA


Le fonti più accreditate ci fanno sapere che Santa Marina è nata in Bitinia, l’antica regione romana dell’Asia Minore, più precisamente in Libano, nel 714-15 circa (gli studi sulla data di nascita ed il periodo in cui visse, sono spesso discordanti; ad esempio alcuni studiosi affermano sia vissuta tra il IV e il V secolo). Marina nacque in una famiglia cristiana di umili origini, dalla quale ricevette i primi rudimenti religiosi.

A dieci anni, dopo la morte della madre, il padre, di nome Eugenio, venerato come santo dalla Chiesa Greco ortodossa, decise di affidare la giovane figlia ad alcuni parenti e di ritirarsi nel Cenobio, un monastero, situato nella valle di Kanoubine, in Siria, fatto di celle e grotte scavate nella roccia, i cui frati, in tutto 40, vivevano in solitudine e preghiera seguendo le regole di San Basilio. La tristezza di entrambi, dovuta alla lontananza, costrinse il padre, su consenso e desiderio della figlia, ad escogitare uno stratagemma per farla ammettere anch’ella in convento; fu così che raccontò all’egumeno (l’abate), che gli chiese motivo della sua malinconia, di avere lasciato un figlio a casa, il quale, tra l’altro, desiderava entrare anch’egli nel monastero. L’Abate, commosso dal racconto di Eugenio, che stimava e teneva in grande considerazione, acconsentì all’ammissione del figlio nel monastero.
Allora, tornato a casa, rasò i lunghi capelli della figlia, la vestì da uomo e le cambiò il nome in Marino, dopodiché si misero tutti e due in cammino verso il monastero. Nel corso del lungo viaggio il padre istruì la giovane quattordicenne nella lettura, le espose i comandamenti e la vita di Gesù, insegnandole tutto quello di cui avrebbe avuto bisogno per combattere le “insidie del nemico”; come ultima cosa si fece promettere dalla figlia che non avrebbe mai dovuto rivelare a nessuno la sua vera identità. Vissero così assieme, nella stessa cella, per tre anni, dopodichè Eugenio passò a miglior vita.

La giovane Marina, però, continuò in solitudine la vita monastica osservando meticolosamente i comandamenti e la dottrina impartitagli dal padre, progredendo di giorno in giorno in virtù, attraverso un’intensa attività di preghiera, meditazione e digiuno, diventando ben presto un esempio per tutti i confratelli e per questo fu amato dall’Abate più degli altri. Già in vita ebbe in dono il carisma di cacciare i demoni imponendo le mani sugli indemoniati e sui malati. Alcune fonti narrano che il padre, per giustificare i tratti femminili di Marina, raccontò che il figlio fosse un eunuco, altri dicono che fossero gli stessi frati a pensarlo, altri ancora dicevano che il volto senza barba era dato dall’intensa attività ascetica e dai numerosi digiuni operati da frate Marino; fatto sta che nessuno mise mai in dubbio l’identità di fra Marino.

Ogni mese alcuni monaci, a turno, venivano inviati dall’Abate nei paesi vicini per svolgere affari economici e non di rado capitava che a metà del viaggio, con l’avvicinarsi della notte e sostassero in una locanda per recuperare le forze. Un giorno fu inviato anche fra Marino che, assieme agli altri confratelli, passò la notte, come di consueto, nella solita locanda. Il locandiere aveva una figlia che rimase incinta di un soldato che, casualmente, soggiornò nella locanda lo stesso giorno in cui soggiornarono i monaci. Fu così che la figlia del locandiere, istigata dal demonio, accusò di molestie fra Marino. I genitori della ragazza infuriati si presentarono al convento raccontando l’accaduto all’Abate che, incredulo, considerando la santità di Marino, lo fece chiamare per udire dalla sua bocca se le accuse mosse fossero vere. Inverosimilmente Marino non si discolpò ma, dopo aver pensato a lungo, si mise a piangere pronunciandole seguenti parole: “Padre, peccai, sono apparecchiato alla penitenzia”.

A questo punto l’Abate dopo averlo punito duramente lo cacciò. Marino, dunque, visse per tre anni di stenti nei pressi del monastero, giacendo per terra, piangendo ed affliggendosi per un fatto da lui non commesso, pregando e facendo penitenza con grande umiltà, non raccontando mai a nessuno dell’accaduto. Visse cibandosi di erbe selvatiche e accettando qualche elemosina. Inoltre il locandiere, dopo che la figlia ebbe partorito, le affidò il “figlio del peccato”, di nome Fortunato, che crebbe con amore e pazienza (si racconta che lo allattò dal proprio seno). Passati tre anni i monaci del convento, rimasti ammirati da tanta virtù, chiesero con forza all’egumeno la riammissione del confratello, il quale, dopo reiterate richieste, acconsentì con molte resistenze, ammettendo anche il bambino, a condizione che si mettesse al completo servizio dei frati; le furono, dunque, assegnati i lavori più umili e faticosi che svolse senza mai lamentarsi, non trascurando il figlio adottivo che educò con amore alle virtù monastiche.

Dopo qualche tempo Marino, stanco e colpito al fisico dal continuo e duro lavoro, fu trovato morto nella sua cella, all’età di 25 anni. Fu così che scoprirono che in realtà Marino era una donna e tutti cominciarono a piangere e a battersi il petto per le ingiurie e le afflizioni che gli avevano fatto. La figlia del locandiere, rimasta posseduta dal demonio, dopo aver udito la notizia corse al convento gridando la sua “vergogna” e proprio in quel momento santa Marina la liberò dal demonio. Quel giorno il corpo, su ordine dell’egumeno, fu lasciato nell'oratorio per la devozione della gente. I giorni seguenti in molti, dei paesi vicini, accorsero al capezzale della santa che poco dopo fu seppellita all’interno del monastero. Qualche tempo più tardi le sue spoglie furono trasferite in Romania e poi, per volere degli imperatori, furono portate a Bisanzio e da qui, nel 1228, a Venezia e collocate nella Chiesa a lei dedicata. Tra il 1806 e il 1810, nel corso della dominazione napoleonica, la Chiesa di Santa Marina fu soppressa e le reliquie vennero spostate nella vicina Chiesa di Santa Maria Formosa, dove si trovano tutt’ora riposte all’interno di una teca.

IL TUO ANGELO CUSTODE OGGI DICE:

"Io sono venuto non per giudicare il mondo, ma per salvarlo" (Cv 12,47). 
Rallègrati, sei contato in mezzo ai salvati, poiché “tu confessi che Gesù è Signore e che Dio Lo ha resuscitato dai morti” (Rom 10,8). 
Prega per la conversione degli uomini di buona volontà che non hanno ancora scoperto la via della salvezza di Cristo.

I SEGNI DELLA PRESENZA DELLO SPIRITO DI DIO NEL CRISTIANO CREDENTE


La persona unita a Dio esprime sempre parole di verità;
- è mossa da Dio sempre verso cose serie ed importanti perché Dio non ispira mai cose inutili;
- riceve luce intuitiva per operare secondo la Sua volontà anche se non se ne conoscono i motivi e tutto quanto compie riesce secondo il piano di Dio;
- la persona è docile al Padre spirituale ed accoglie tutte le indicazioni sante, anche quei consigli che sembrano impensabili ma finalizzati sempre al bene della sua anima;
- la persona diventa prudente, giudiziosa, retta ed equilibrata in tutte le sue opere;
- non è più istintiva né avventata né esagerata;
- la persona avverte sempre più pensieri umili e di annientamento, non ha più l’orgoglio che la esaltava in ogni circostanza.
Con il termine "orgoglio" si intende il forte senso di autostima e fiducia nelle proprie capacità: si è miseramente convinti di avere compreso tutto dalla vita e capaci di stabilire ogni verità. Inoltre, l’orgoglioso è assolutamente incapace di ricevere umiliazioni.
Il sinonimo di orgoglio, manifesta un’alta opinione di sé.
Chi imprimerà nel cuore e nella mente queste indicazioni sui segni della presenza di Dio, avrà una maggiore conoscenza di sé e diventerà un po’ più capace nel discernere i segni dei tempi. Mediamo attentamente questi insegnamenti e sforziamoci di viverli anche se la società molto spesso mette a dura prova ed ostacola il cammino spirituale.
Un altro segno della presenza dello Spirito di Dio in una persona è la pace interiore, ma non quella illusoria beatitudine che avvolge molti credenti quando tutto va loro bene e si sentono arrivati al terzo Cielo. Intendo la pace che arriva da Gesù e permane ed è autentica soprattutto quando si ricevono persecuzioni, diffamazioni, ingiustizie, cattiverie, inganni, tradimenti, falsità o si provano malattie dolorose, sofferenze affettive profonde.
In queste circostanze occorre provare chi siamo realmente, che grado di spiritualità abbiamo raggiunto, che Fede abbiamo e, soprattutto, se amiamo veramente e sopra ogni cosa il Signore Gesù.
Sono moltissimi i cattolici che affermano di avere incontrato Gesù, si deliziano interiormente e spesso si esaltano esprimendo la convinzione di avere raggiunto il grado massimo della spiritualità cristiana. Beati loro… È vero che molti si auto convincono in buonafede o per una distorta considerazione personale o anche per una mancata conoscenza del vero cammino spirituale, che da queste pagine cerco di spiegare a tutti voi, dopo avere compiuto io quello che vi scrivo.
Ed anche per questo vi chiedo preghiere per la mia anima e per continuare in modo irremovibile questo impegnativo cammino di Fede. Un cammino che mi impegna moltissimo davanti a Dio, si tratta di diffondere la Sua Parola nella piena fedeltà a Lui, di trasmettere a decine di migliaia di credenti il Vangelo puro di Gesù, la vera dottrina cattolica, l’insegnamento infallibile dei Papi.
Questo cammino richiede inizialmente un rinnegamento forte e risoluto, per prendere le redini della propria volontà e offrirle a Gesù, dando a Lui la piena libertà di condurre la vita e dirigerla solo dove vuole Lui. Questo è il cammino cristiano chiesto da Gesù, ma non a tutti chiede la stessa donazione, ognuno nel suo stato di vita deve sforzarsi secondo la sua generosità di uniformare la sua volontà a quella di Gesù.
Dovrebbe in verità esistere una sola volontà in un cattolico: quella di Gesù.
(padre Giulio Maria Scozzaro)

SANTA TERESA BENEDETTA DELLA CROCE (Edith Stein)


Edith Stein nasce a Breslavia, capitale della Slesia prussiana, il 12 ottobre 1891, da una famiglia ebrea di ceppo tedesco. Allevata nei valori della religione israelitica, a 14 anni abbandona la fede dei padri divenendo atea. Studia filosofia a Gottinga, diventando discepola di Edmund Husserl, il fondatore della scuola fenomenologica. Ha fama di brillante filosofa. Nel 1921 si converte al cattolicesimo, ricevendo il Battesimo nel 1922. Insegna per otto anni a Speyer (dal 1923 al 1931). Nel 1932 viene chiamata a insegnare all’Istituto pedagogico di Münster, in Westfalia, ma la sua attività viene sospesa dopo circa un anno a causa delle leggi razziali. Nel 1933, assecondando un desiderio lungamente accarezzato, entra come postulante al Carmelo di Colonia. Assume il nome di suor Teresa Benedetta della Croce. Il 2 agosto 1942 viene prelevata dalla Gestapo e deportata nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau dove il 9 agosto muore nella camera a gas. Nel 1987 viene proclamata Beata, è canonizzata da Giovanni Paolo II l’11 ottobre 1998. Nel 1999 viene dichiarata, con Santa Brigida di Svezia e Santa Caterina da Siena, Compatrona dell’Europa.

Un pugnetto di cenere e di terra scura passata al fuoco dei forni crematori di Auschwitz: è ciò che oggi rimane di Santa Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein; ma in maniera simbolica, perché di lei effettivamente non c’è più nulla. Un ricordo di tutti quegli innocenti sterminati, e furono milioni, nei lager nazisti. Questo piccolo pugno di polvere si trova sotto il pavimento della Chiesa parrocchiale di San Michele, a nord di Breslavia, oggi Wroclaw, a pochi passi da quel grigio palazzetto anonimo, in ulica (via) San Michele 38, che fu per tanti anni la casa della famiglia Stein. I luoghi della tormentata giovinezza di Edith, del suo dolore e del suo distacco.
Sulla parete chiara della Chiesa, ricostruita dopo la guerra e affidata ai salesiani, c’è un arco in cui vi è inciso il suo nome. Nella cappella, all’inizio della navata sinistra, si alzano due blocchi di marmo bianco: uno ha la forma di un grande libro aperto, a simboleggiare i suoi studi di filosofia; l’altro riproduce un grosso numero di fogli ammucchiati l’uno sopra l’altro, a ricordare i suoi scritti, la sua produzione teologica.
Ma cosa resta veramente della religiosa carmelitana morta ad Auschwitz in una camera a gas nell’agosto del 1942?
Certamente, ben più di un simbolico pugnetto di polvere o di un ricordo inciso nel marmo. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, la sua vicenda è balzata via via all’attenzione della comunità internazionale, rivelando la sua grande statura, non solo filosofica ma anche religiosa, e il suo originale cammino di santità: era stata una filosofa della scuola fenomenologica di Husserl, una femminista ante litteram, teologa e mistica, autrice di opere di profonda spiritualità, ebrea e agnostica, monaca e martire; “una personalità -ha detto di lei Giovanni Paolo II- che porta nella sua intensa vita una sintesi drammatica del nostro secolo”.
Elevata all’onore degli altari l’11 ottobre 1998, la sua santità non può comprendersi se non alla luce di Maria Santissima, modello di ogni anima consacrata, suscitatrice e plasmatrice dei più grandi Santi nella storia della Chiesa. Beatificata in maggio (del 1987), dichiarata Santa in ottobre, entrambi mesi della Madonna: si è trattato soltanto di una felice quanto fortuita coincidenza?
C’è in realtà un “filo mariano” che si dipana in tutta l’esperienza umana e spirituale di questa martire carmelitana. A cominciare da una data precisa, il 1917. In Italia è l’anno della disfatta di Caporetto, in Russia della rivoluzione bolscevica. Per Edith il 1917 è invece l’anno chiave del suo processo di conversione. L’anno del passo lento di Dio. Mentre lei, ebrea agnostica e intellettuale in crisi, brancola nel buio, non risolvendosi ancora a “decidere per Dio”, a molti chilometri dall’università di Friburgo dov’è assistente alla cattedra di Husserl, nella Città Eterna, il francescano polacco Padre Massimiliano Kolbe con un manipolo di confratelli fondava la Milizia dell’Immacolata, un movimento spirituale che nel suo forte impulso missionario, sotto il vessillo di Maria, avrebbe raggiunto negli anni a venire il mondo intero per consacrare all’Immacolata il maggior numero possibile di anime. Del resto -e come dimenticarlo?- quello stesso 1917 è pure l’anno delle apparizioni della Madonna ai pastorelli di Fatima. Un filo mariano intreccia misteriosamente le vite dei singoli esseri umani stendendo la sua trama segreta sul mondo.
Decisiva per la conversione della Stein al cattolicesimo fu la vita di Santa Teresa d’Avila letta in una notte d’estate. Era il 1921, Edith era sola nella casa di campagna di alcuni amici, i coniugi Conrad-Martius, che si erano assentati brevemente lasciandole le chiavi della biblioteca. Era già notte inoltrata, ma lei non riusciva a dormire. Racconta: «Presi casualmente un libro dalla biblioteca; portava il titolo “Vita di Santa Teresa narrata da lei stessa”. Cominciai a leggere e non potei più lasciarlo finché non ebbi finito. Quando lo richiusi, mi dissi: questa è la verità».
Aveva cercato a lungo la verità e l’aveva trovata nel mistero della Croce; aveva scoperto che la verità non è un’idea, un concetto, ma una persona, anzi la Persona per eccellenza: Gesù Cristo. Così la giovane filosofa ebrea, la brillante assistente di Husserl, nel gennaio del 1922 riceveva il Battesimo nella Chiesa cattolica.
Edith poi, una volta convertita al cattolicesimo, è attratta fin da subito dal Carmelo, un Ordine contemplativo sorto nel XII secolo in Palestina, vero “giardino” di vita cristiana (la parola karmel significa difatti “giardino”) tutto orientato verso la devozione specifica a Maria, come segno di obbedienza assoluta a Dio. Particolare non trascurabile -un’altra coincidenza?- il giorno in cui la Stein ottiene la risposta di accettazione da parte del convento di Lindenthal, per cui aveva tanto trepidato nel timore di essere rifiutata, è il 16 luglio del 1933, solennità della Regina del Carmelo.
Così Edith offrirà a Lei, alla Mamma Celeste, quale omaggio al suo provvidenziale intervento, i grandi mazzi di rose che riceve dai colleghi insegnanti e dalle sue allieve del collegio “Marianum” il giorno della partenza per l’agognato Carmelo di Colonia.
Il 21 aprile 1938 Suor Teresa Benedetta della Croce emette la professione perpetua. Fino al 1938 gli ebrei potevano ancora espatriare, in America perlopiù o in Palestina, poi invece -dopo l’incendio di tutte le sinagoghe nelle città tedesche nella notte fra il 9 e il 10 novembre, passata alla storia come “la notte dei cristalli”- occorrevano inviti, permessi, tutte le carte in regola; era molto difficile andare via. In Germania era già cominciata la caccia aperta al giudeo.
La presenza di Edith al Carmelo di Colonia rappresenta un pericolo per l’intera comunità: nei libri della famigerata polizia hitleriana, infatti, Suor Teresa Benedetta è registrata come “non ariana”. Le sue superiori decidono allora di farla espatriare in Olanda, a Echt, dove le carmelitane hanno un convento.
Prima di lasciare precipitosamente la Germania, il 31 dicembre del 1938, nel cuore della notte, Suor Teresa chiede di fermarsi qualche minuto nella Chiesa “Maria della Pace”, per inginocchiarsi ai piedi della Vergine e domandare la sua materna protezione nell’avventurosa fuga verso il Carmelo di Echt. “Ella -aveva detto- può formare a propria immagine coloro che Le appartengono”. “E chi sta sotto la protezione di Maria –concludeva-, è ben custodito.”
L’anno 1942 segnò l’inizio delle deportazioni di massa verso l’est, attuate in modo sistematico per dare compimento a quella che era stata definita come la Endlösung, ovvero la “soluzione finale” del problema ebraico. Neppure l’Olanda è più sicura per Edith. Il pomeriggio del 2 agosto due agenti della Gestapo bussarono al portone del Carmelo di Echt per prelevare Suor Stein insieme alla sorella Rosa. Destinazione: il campo di smistamento di Westerbork, nel nord dell’Olanda. Da qui, il 7 agosto venne trasferita con altri prigionieri nel campo di sterminio di Auschwitz- Birkenau.
Il 9 agosto, con gli altri deportati, fra cui anche la sorella Rosa, varcò la soglia della camera a gas, suggellando la propria vita col martirio: non aveva ancora compiuto cinquantuno anni.

UN BUON CRISTIANO DEVE OFFRIRE ALLEGRIA A TUTTI


Chi è un cristiano se non ama anche i suoi nemici? Chi è un Vescovo e un Sacerdote se non si donano totalmente alla volontà di Gesù? E Gesù nell’ordinazione sacerdotale ha chiesto tutto e il novello Sacerdote sapeva di dover donare tutto sè stesso, rinnegando la propria volontà. L’esempio è Gesù Stesso: Egli si muoveva per diffondere la Buona Novella, partecipava tranquillamente a banchetti e mangiava con amici e quanti Lo ospitavano durante il Suo apostolato. Erano momenti distensivi di insegnamento e di fraternità.
Anche oggi questi momenti sono molto belli quando si vivono nella sincerità in un gruppo di preghiera o nell’ambito parrocchiale, si deve familiarizzare nella gioia e nel divertimento leale. A me piace restare in allegria con tutti specialmente con le persone sincere; l’allegria cristiana infatti è buonumore, letizia, felicità, gioia, gaudio interiore. Si possono rendere felici le altre persone trasmettendo un’allegria spirituale, la letizia che sale dal cuore ed è presente sul volto e in tutta la persona. 
Ci sono bravi parroci che escogitano momenti ricreativi serali per familiarizzare con i parrocchiani e altri fedeli che vogliono crescere spiritualmente, perché anche in questi momenti distensivi c’è la possibilità di fare catechesi e di spiegare con gioia e allegria le virtù cristiane e come vincere determinati comportamenti negativi.
Se si ricorda Padre Pio come scontroso, è falso: egli amava divertirsi e raccontare anche barzellette con fini spirituali nell’ora di ricreazione che si concedeva ogni sera nel giardino con i figli spirituali. Alcune volte era burbero, accigliato, severo, ma dipendeva dalle persone che aveva dinanzi, dai loro inganni. Se le persone si mostravano sincere Padre Pio era buono con tutti e trasmetteva gioia, allegria, simpatia.
Un buon cristiano deve offrire allegria a tutti, non è bello vedere un cristiano che ha perso l’allegria del cuore.
Se noi proviamo a stare alla presenza di Dio in qualsiasi luogo e ci sforziamo di vivere come vuole Lui, ci comporteremo sempre come ci chiede Lui, proveremo sempre molta gioia e allegria spirituale.
Per amore, i Sacerdoti devono pensare esclusivamente alla loro missione di portare Gesù Cristo in tutte le anime. Il Sacerdote in qualsiasi momento deve trasmettere l’amore di Gesù e la gioia cristiana, senza dimenticare che è sempre un Uomo sacro.
Non è il divertimento mondano a dare ad un Sacerdote la gioia e la felicità: è impossibile che avvenga, solo Gesù può donare la vera gioia e la vera beatitudine ai Sacerdoti. Non voglio giudicare nessuno, anzi ho già scritto che molti parroci scelgono opportunamente un periodo di riposo fisico dopo un anno di lavoro parrocchiale e dovrebbero scegliere vacanze intelligenti. Io provo che l’Eucaristia dà tutta la pace, la gioia e la beatitudine che cerca l’anima. Basta rimanere davanti Gesù Eucaristia e adorarLo. Semplice. Ci si carica di una forza trascinante.
Anche se non faccio mai vacanze, Gesù mi degna di donarmi forza e fervore spirituale, e non perdo mai la gioia interiore, l’allegria, la letizia. La mia vacanza è fare la volontà di Gesù, qui o dove vuole Lui ma sempre di lavorare per il Suo Vangelo.
Da circa 25 anni non conosco vacanze per mia scelta, non posso restare una sola ora senza pensare alla salvezza delle anime, alla diffusione del Vangelo e della devozione alla Madonna. Ho girato molto negli anni passati per catechesi, predicazioni, incontri, cenacoli, per portare le anime a Gesù e alla Madonna, ed è mia premura mettermi subito da parte per non fermare le anime a me: mio compito è di portare le anime a Dio e di pregare per esse. Anche di guidarle spiritualmente alla Verità tutta intera del Vangelo storico.
Il Sacerdote deve sempre fare innamorare le anime di Gesù e di Maria, senza porsi come ostacolo attirando a sé.
(padre Giulio Maria Scozzaro)

L'IMPORTANZA DELL'ADORAZIONE EUCARISTICA


Quante volte abbiamo detto in Chiesa davanti al Tabernacolo dove si trova l’Eucaristia: “Rabbì, è bello per noi essere qui?”. Non esiste al mondo un luogo più importante e più santificante della Chiesa rimanendo davanti al Santissimo Sacramento. I Santi si sono formati davanti l’Eucaristia, e non c’è altro mezzo per il raggiungimento della santità da parte dei Vescovi e dei Sacerdoti.
Se l’attivismo predomina la vita sacerdotale, cosa si potrà mai dare ai fedeli? Le proprie idee e opinioni, non lo Spirito Santo.
Lo stesso vale per tutti i laici, pur essendo giustificati dagli impegni giornalieri, almeno una volta la settimana devono partecipare all’Adorazione Eucaristica in parrocchia per almeno un’ora, ma dipende dall’amore di ognuno rimanervi per il tempo stabilito, ma chi più ama più vuole restare con l’Amato!
Se il Sacerdote non può farne a meno di restare ogni giorno davanti all’Eucaristia in adorazione, in preghiera di intercessione, in ascolto della volontà di Dio, anche i laici devono cercare l’Amore di Dio frequentando ogni giorno anche per poco tempo una Chiesa per adorare e parlare con Dio che Si è incarnato anche per restare in mezzo a noi in modo sacramentale.
La vera spiritualità di un cattolico si sviluppa con l’Eucaristia, e senza l’adorazione prolungata di Gesù non può Egli trasmettere il Suo Spirito e i Suoi doni ai credenti. Tutti possiamo dire belle parole su Gesù e la Madonna, bisogna vedere se queste parole nascono dal cuore o dall’intelletto razionale. Per esempio, satana conosce tutta la Sacra Scrittura e può ripetere belle parole bibliche inserendo termini come gioia, pace, felicità, ma non sono ispirate da Dio. Lo stesso avviene a quanti conoscono razionalmente il Vangelo e Gesù ma non hanno radici interiori e fondamenti spirituali di spessore.
Non è sufficiente dire di amare Gesù seguendo la ragione, occorre rinascere davanti al Tabernacolo e vivere le Sue Parole.
L’anima contemplativa è quella che si è staccata dalla terra e non pensa più con la mentalità vecchia, comincia a volare con lo spirito verso l’alto e la sua preghiera diventa davvero potente. Ma quest’anima non potrà mai elevarsi senza l’aiuto di Gesù, e nella misura che assomiglia a Lui diventa sempre più bella e divinizzata. La somiglianza con Gesù l’anima l’acquisisce soprattutto quando rimane davanti al Tabernacolo ad adorare Dio.
“Rabbì, è bello per noi essere qui”, oppure possiamo dire a Gesù in qualsiasi luogo ci troviamo che Lo adoriamo perché è buono, Lo desideriamo per la Sua grandezza e comprensione, che non possiamo fare a meno del Suo Amore e che ci abbandoniamo alla Sua Volontà. Quando Gesù ascolta queste parole pronunciate dalle labbra o solamente pensate mentalmente, Egli si rallegra infinitamente e continua a donarci il Suo Amore che ci trasforma e ci rende creature nuove.
Senza la contemplazione dell’Eucaristia il credente rimane molto debole ed insicuro. Non riesce ad imitare le virtù di Gesù.
Lo vediamo in molti cristiani che sono pieni di gioia e sicuri di compiere un grande cammino di Fede, ma la loro Fede si esaurisce nelle parole entusiastiche che pronunciano. Non appena arriva una sofferenza, anche piccola, scoprono la loro vera identità spirituale, debole e piccola.
È l’Eucaristia il centro della vita della Chiesa: Essa è Gesù in Anima, Corpo, Sangue e Divinità. Lo sottolineo di proposito perché oggi molti Vescovi e Sacerdoti non credono più in questo. E potrei riportare centinaia di testimonianze e prove. 
Oggi Gesù ci chiama ad avvicinarci con maggiore frequenza al Tabernacolo per “vederLo” con gli occhi della Fede, adorarLo e parlarGli di tutto.
(padre Giulio Maria Scozzaro)

NUTRIMI DELLA TUA GRAZIA


Dio Padre, Ti ringrazio di nuovo per il dono della vita e del Tuo amore.
Continua, Ti prego, a nutrirmi della Tua grazia, perché trovi il coraggio necessario per seguire il Tuo cammino di verità e rispondere prontamente a tutto quello che mi chiedi di dire o di fare; permettimi di offrirTi in questo modo l'onore e la gloria che Ti sono dovuti. 
Te lo chiedo tramite Gesù Cristo, Tuo Figlio, mio Signore.

IL CAMMINO SPIRITUALE DEL CREDENTE


Il cammino spirituale sembra faticoso a coloro che sono ancora legati affettivamente alle cose del mondo, mentre coloro che usano le cose del mondo senza idolatrarle riescono a proseguire un cammino che sicuramente ci deve impegnare ma è l’unico cammino della vera pace, gioia, speranza, amore, verità, giustizia, onestà, affabilità.
Il nostro cammino spirituale o di santità si compone di innumerevoli gesti giornalieri coerenti con il Vangelo che seguiamo. 
Molti cristiani si illudono di conoscere bene Gesù e di fare tutto quello che Lui chiede, ma è solamente un inganno della mente, un inganno dei sensi, almeno per coloro che si limitano a compiere alcune azioni esteriori, come la Messa e le preghiere vocali aride e meccaniche, senza alcuna vera partecipazione interiore, senza un vero e forte segnale di volontà di cambiamento. Senza Gesù nella propria vita non sarà mai possibile per nessuno riuscire a trovare l’equilibrio e la quiete dei sensi.
Chi dice di conoscere Gesù deve vivere i Suoi insegnamenti. Dalle opere che compie una persona, dalla sua inclinazione al giudizio, alla cattiveria o all’amore e all’onestà, si conosce infallibilmente il suo cuore. Gesù lo ha detto: “Non quello che entra nella bocca rende impuro l'uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l'uomo!” (Mt 15,11).
Nessuno può conoscere né giudicare il motivo della ricerca di Gesù sia da parte dei Sacerdoti sia da parte dei laici, ma è doveroso e onesto chiederci perché cerchiamo Gesù la domenica o nelle preghiere giornaliere. Prima chiediamoci se Lo cerchiamo sinceramente oppure se si celebra o si partecipa alla Messa per abitudine, poi chiediamoci cosa cerchiamo da Gesù e cosa siamo disposti a donargli.
La vera Fede non si vive con le parole ma con i fatti, con le vere opere. Non si può amare Gesù se il cuore cerca ricchezze o idoli!
Cerchiamo allora di migliorarci, ognuno con i suoi tempi e con la sua determinazione. Gesù è paziente e ci ama così come siamo, ma… noi dobbiamo fare qualcosa ogni giorno per avvicinarci a Lui, un atto di virtù, un rinnegamento volontario, un silenzio quando si vuole parlare molto…
(padre Giulio Maria Scozzaro)

IL SANTO CURATO D'ARS


San Giovanni Maria Vianney, più conosciuto come il Santo Curato d’Ars: un uomo diventato Sacerdote per la tenacia del suo maestro spirituale, l’abbé Charles Balley, parroco di Ecully, presso Lione. Nessuno credeva nelle capacità spirituali del giovane Giovanni Maria Vianney; egli non amava gli studi e non riusciva ad assimilare alcuna nozione in seminario. Fu il suo parroco sopra citato ad avviarlo al seminario, lo riaccolse quando venne sospeso dagli studi, lo seguì e convinse il Vescovo.
Nacque l’8 maggio 1786 a Dardilly (Francia), di famiglia contadina e privo della prima formazione, riuscì, nell’agosto 1815, ad essere ordinato Sacerdote.
Si trattò di un vero miracolo il raggiungimento, per lui, del sacerdozio; anche se era molto spirituale e dedicato solamente alle cose di Dio, non aveva le basi teologiche ben strutturate. Però era volontà di Dio la sua ordinazione sacerdotale e così avvenne, ma il Vescovo non poteva mandarlo come parroco in una parrocchia e lo nominò vicario dell’abbé Balley, suo Padre spirituale e sostegno durante il seminario.
Alla morte di Balley, non fu promosso parroco, il Vescovo non lo considerava adeguato, così penso di mandarlo ad Ars-en-Dombes, un borgo con meno di trecento abitanti. Da molti anni quel paese non aveva avuto parroci, era abbandonato a sè stesso, quindi secondo il Vescovo lì non avrebbe commesso grossi danni… Bastava celebrare la Santa Messa e poi era libero… nessuno sarebbe andato a confessarsi da un Sacerdote incolto.
Questo era il ragionamento del Vescovo, evidentemente non si era confrontato con Gesù Eucaristia…
Dopo i primi anni di attività pastorale ignorata da tutti i paesani ma un’attività che vedeva il Curato d’Ars fare penitenze giorno e notte e rimanere davanti all’Eucaristia in adorazione, lentamente i paesani quasi atei cominciarono ad avvicinarlo, fino ad andare tutti quanti la domenica a Messa. Si diffuse la voce che il Curato d’Ars era un uomo di Dio e cominciarono ad arrivare persone da tutta la Francia e dall’estero, anche perché Gesù aveva arricchito il Sacerdote di carismi particolari.
Confessava quasi tutto il giorno, leggeva nelle coscienze, scrutava i cuori, profetizzava ed otteneva grandi miracoli per i suoi devoti.
I suoi interessi erano l’Eucaristia e la Madonna: con queste due devozioni aiutò milioni di anime. La sua vita di preghiera fu straordinaria: era interessato solo al Vangelo di Gesù e alla salvezza delle anime. Restava molte notti davanti al Tabernacolo, aveva un’autentica intimità con Gesù, si abbandonava totalmente alla Sua volontà.
Nelle sue prediche semplici ma profonde, ripeteva: “Egli è lì”, guardando il Tabernacolo. È stato un Sacerdote dell’Eucaristia, celebrata ed adorata, a tutti diceva: “Non c’è niente di più grande…”. La Chiesa lo indica come Patrono dei parroci, e se molti parroci seguissero qualcosa della spiritualità del Santo, trasfigurerebbero sè stessi e le parrocchie.
(padre Giulio Maria Scozzaro)

DONAMI LA CAPACITA' DI SCOPRIRTI


Signore, fa' che non valuti priva di senso nessuna parola, nessuna vicenda, nessuna persona.
Donami un cuore che sappia meravigliarsi anche davanti alle realtà più usuali, che sono sempre stupende. 
Donami la capacità di scoprirTi anche nei momenti più ovvi: e fa' che sappia intuire il Tuo amore che mi cerca e mi sollecita. Donami il coraggio di risponderTi senza esitazioni e senza difese.

3 agosto 2012

LA PORZIUNCOLA ED IL PERDONO DI ASSISI



Nella richiesta di San Francesco a Gesù c’era il grande desiderio della salvezza di tutte le anime, per questo chiese l’indulgenza della Porziuncola, la piccola Chiesa, voleva essere una “rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci”. Le continue preghiere e penitenze del Santo d’Assisi erano rivolte alla salvezza delle anime, che è sempre una costante in tutti coloro che seguono con assoluta fedeltà il Signore.
«La Porziuncola fu la terza Chiesa riparata da San Francesco dopo la sua vocazione: mentre egli pregava di fronte al Crocifisso di San Damiano sentì una voce che diceva: “Và e ripara la mia Chiesa che come vedi và in rovina…”.
La Porziuncola divenne per San Francesco luogo particolare e vi sostava molto spesso in preghiera; qui capì che doveva vivere “secondo il Santo Vangelo”. Proprio dalla Porziuncola San Francesco inviò i primi frati ad annunciare la pace. Il 2 agosto del 1216 con la presenza di sette Vescovi umbri il piccolo edificio fu consacrato e vi fu proclamato il “Perdono d’Assisi”.
Nella Porziuncola inoltre, Santa Chiara rinunciò al mondo e abbracciò sorella povertà e qui San Francesco morì la sera del 3 ottobre 1226».
Visitare almeno una volta la Basilica di Santa Maria degli Angeli nella parte bassa di Assisi, è un momento spirituale intenso, almeno se si rimane un po’ a riflettere su quanto avvenne nella piccola Chiesa che si trova all’interno della Basilica, la chiesetta della Porziuncola che conserva ancora le caratteristiche del tempo di San Francesco. La piccola Chiesa di soli 4 metri per 7 conserva tutt’ora le strutture trecentesche, compreso il tetto con la copertura in marmi bianco e rosa.
Ma il suo stile antico che emana povertà decorosa e prestigiosa, la rendono misticamente attraente, non solamente per i bellissimi affreschi esterni e l’interno che emana un incanto spirituale davvero fortissimo, è la piccola Chiesa a dare l’impressione anche guardandola da lontano, di essere un luogo di santità.
Sull’arco del portale d’ingresso, sulla fascia d’oro che incornicia l’affresco della facciata, sono scritte le parole: “La tua richiesta Francesco accolgo”, pronunciate da Gesù in risposta alla richiesta del Santo: “… che a tutti quanti, pentiti e confessati, verranno a visitare questa Chiesa, conceda ampio e generoso perdono, con una completa remissione di tutte le colpe”.
A sottolineare l’ingresso nel luogo dell’indulgenza altre due brevi iscrizioni, una incisa sulla soglia: Hic locus sanctus est (questo luogo è santo) e l'altra scritta alla base dell’altare dell’affresco sopra la porta: Haec est porta vitae aeternae (questa è la porta della vita eterna).
La chiesetta della Porziuncola San Francesco l’ha vista come “una rete gettata nel mare che raccoglie ogni genere di pesci”, come il luogo della conversione di tutti i peccatori: questo sentiva nel suo cuore ardente di amore per Gesù Crocifisso e la Madonna.
Come la rete gettata nel mare indicata da Gesù che raccoglie ogni genere di pesci, anche alla Porziuncola vanno in visita categorie diverse di persone, buone e cattive, credenti e turisti, e dentro la piccola Chiesa avviene la separazione, non decisa da Gesù ma dalle stesse persone. I credenti aumentano la loro Fede, i tiepidi e gli indifferenti si allontanano dal Regno dei Cieli.
Questo per quanto riguarda il grande dono dell’indulgenza plenaria che Gesù concesse a San Francesco, perché non è la chiesetta della Porziuncola l’unico luogo di salvezza, ma è sicuramente un mezzo buono di salvezza eterna. La Porziuncola oggi ci rappresenta il Vangelo, Gesù dice che molti pesci furono pescati, ma poi si fece la selezione e vennero divisi in buoni e cattivi. “… raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi”.
La selezione non la fa Gesù, Egli non manda nessuno all’inferno, è l’uomo che sceglie l’inferno con le sue opere disoneste.
Alla fine della vita di ogni essere umano su questa terra, c’è il Giudizio particolare e l’anima al cospetto di Gesù vede in un attimo tutte le cose buone e le cose cattive commesse in tutta la sua vita. E se quelle cattive sono molte e non confessate, da se stessa si getta nell’inferno.
Al contrario, se le opere buone sono superiori a quelle cattive e queste cattive furono confessate o comunque ci fu una richiesta interiore di perdono a Gesù, queste anime saranno sante e felici per l’eternità.
Ognuno di noi sceglie il suo destino. Siamo ancora in tempo per compiere grandi opere buone e riparare i peccati commessi.
(padre Giulio Maria Scozzaro)

2 agosto 2012

LA SANTITA' DI VITA


Molti Santi canonizzati e moltissimi cristiani, Santi davanti a Dio, in questi duemila anni di storia cristiana, all’inizio del loro cammino di conversione, erano spiritualmente piccoli, ignorati dai superbi e dai migliori, invisibili a coloro che considerano la vita come un continuo momento di esibizione per esaltare… le proprie miserie.
Tutti i Santi che preghiamo, all’inizio del cammino di santità erano impreparati, giorno dopo giorno si sono trasfigurati.
Quindi, la santità è accessibile a tutti, anche a coloro che in questo momento odiano Gesù o ad altri che non frequentano i Sacramenti; comunque ogni essere umano che conosce Gesù può raggiungere elevati stati di santità. Non vogliamo intendere solamente quella che viene pubblicamente riconosciuta in alcune anime particolari, il riferimento è a coloro che conducono una vita cristiana autentica e si sforzano di vincere ogni tentazione.
Oggi c’è molta confusione anche verso questo aspetto: la santità da un lato è ridicolizzata dai teologi modernisti e dai loro seguaci che hanno ascoltato le lezioni nelle facoltà di teologia, dall’altro lato, all’interno della Chiesa si verificano situazioni di esaltazione forzata, c’è una vera gara tra chi vede di più Gesù e chi la Madonna, chi riceve messaggi e chi ispirazioni, chi si considera profeta e chi è convinto di saperne una più di Dio…
Cos’è allora la santità di vita? La santità cristiana non è altro che la carità pienamente vissuta.
Lo ha affermato anche il Concilio Vaticano II; quindi i modernisti che hanno manipolato questo Concilio, considerano la santità come qualcosa di superato perché tutti siamo salvi… Non c’è motivo di pregare molto e di fare penitenze…
Queste affermazioni sono dei modernisti che stanno rovinando centinaia di milioni di buoni cattolici; per questo, la Madonna continua ad apparire a Medjugorje e a ripetere l’autentico insegnamento del Magistero della Chiesa. Tornerò su Medjugorje, prima voglio completare il discorso sulla santità che è la carità pienamente vissuta.
Nella teologia morale, la santità è la vocazione propria della vita cristiana che si realizza compiendo con amore i doveri del proprio stato.
Ma veniamo al significato di carità: intesa non come elemosina: “La carità è la virtù teologale per la quale amiamo Dio sopra ogni cosa per se stesso, e il nostro prossimo come noi stessi per amore di Dio”, così spiega il Catechismo della Chiesa. Carità quindi significa amore, chi agisce senza carità non è in comunione con Dio. Non può esserlo. Rileggiamo l’inno alla carità di San Paolo, la sua definizione è un ineguagliabile quadro:
“La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1 Cor 13,4-7).
Sono arrivato alla carità parlando della santità di vita, possibile esclusivamente ai credenti che percorrono un autentico cammino spirituale. Senza letture spirituali, senza onestà intellettuale e la vittoria sui giudizi e senza la profonda preghiera giornaliera, non ci si solleverà mai da terra, si rimarrà sempre molto legati alla terra. Esteriormente possiamo assumere atteggiamenti spirituali, ma conta ciò che siamo dentro: questo guarda Gesù e non l’apparenza.
Per questa ragione innumerevoli volte vi ho indicato di leggere e meditare attentamente i messaggi di Medjugorje. Oltre a questo motivo, da molti anni considero per molti pellegrini che si recano proprio a Medjugorje, una gita turistica e nulla più, non rimane null’altro in essi se non la gioia del viaggio. La mia insistenza sui messaggi ha avuto sempre questi due motivi e continuo a ribadire la necessità di meditare i messaggi per conoscere la Madonna e comprendere meglio le apparizioni di Medjugorje.
È importante il pellegrinaggio in un Santuario mariano, in questi tempi si indica prevalentemente Medjugorje perché sono in corso le apparizioni, e il pellegrinaggio lì riesce bene se la guida è preparata e spirituale, soprattutto se è distaccata da altri interessi, ma considero altamente spirituale la Grotta di Lourdes e la Cappellina di Fatima. Non tanto per la loro indiscussa e riconosciuta credibilità, in questi due luoghi c’è un’atmosfera più spirituale, i pellegrini vi si recano con maggiore partecipazione e spinti spesso da situazioni di malattia.
Trascorrere anche mezza giornata a Fatima o a Lourdes è emozionante e toccante. Ma la Madonna vi ascolta in ogni luogo.
(padre Giulio Maria Scozzaro)

CHI CI CONOSCE MEGLIO DI GESU'?


Gesù conosce bene le reali necessità di ogni singola persona
Gesù è molto attento alle situazioni umane di coloro che affidano a Lui la loro vita, di quanti si preoccupano della condizione dell’anima e si sforzano di osservare i Comandamenti. Gesù è sempre presente accanto a voi che pregate ogni giorno, ma per Lui agire deve trovare purità d’intenzione e onestà intellettuale. Gesù non agisce dove si pecca intenzionalmente o si servono due e più padroni.
 La nostra giornata è fatta di cose che spesso non hanno rilievo, tantissime cose apparentemente insignificanti compiute bene e per amore di Gesù, diventano virtù e atti eroici. D’altronde, la santità o perfezione umana si forma giorno per giorno, con un insieme di ripetuti piccoli atti virtuosi che diventano nel tempo grandi atti eroici!
Chi è fedele nel poco riesce a rimanere fedele anche nelle prove più impegnative e dolorose!
È evidente che senza la vera preghiera, le ore e le giornate sembrano spesso noiose, ripetitive, senza senso, si arriva a cadere nella routine. Per il seguace di Gesù non è così: egli riesce a dare significato ad ogni ora, ogni giornata, perché è l’amore a determinare la gioia e la pace interiore, arrivando a possederle stabilmente.
Gesù in ogni istante ci chiede qualcosa, anche una preghierina, un gesto di amore verso il prossimo, la pratica di una virtù piccola o grande.
(padre Giulio Maria Scozzaro)

IL PERDONO DI ASSISI


IL PERDONO DI ASSISI
COME OTTENERE L’INDULGENZA PLENARIA DEL PERDONO DI ASSISI
(Per sé o per i defunti)

Dal mezzogiorno del primo agosto
alla mezzanotte del giorno seguente (2 agosto),
si può lucrare una volta sola l’indulgenza plenaria.

CONDIZIONI RICHIESTE:
1 - Visita, entro il tempo prescritto, a una Chiesa Cattedrale o parrocchiale o francescana e recita del “Padre Nostro” (per riaffermare la propria dignità di figli di Dio, ricevuta nel Battesimo) e del “Credo” (con cui si rinnova la propria Professione di Fede).
2 - Confessione Sacramentale per essere in Grazia di Dio (negli otto giorni precedenti o seguenti).
3 - Partecipazione alla Santa Messa e Comunione Eucaristica.
4 - Una preghiera secondo le intenzioni del Papa (almeno un Padre Nostro e un’Ave Maria) per riaffermare la propria appartenenza alla Chiesa, il cui fondamento e centro visibile di unità è il Romano Pontefice.
5 - Disposizione d’animo che escluda ogni affetto al peccato, anche veniale.
Le condizioni di cui ai numeri 2, 3 e 4 possono essere adempiute anche nei giorni precedenti o seguenti quello in cui si visita la Chiesa; tuttavia è conveniente che la Santa Comunione e la preghiera secondo le intenzioni del Papa siano fatte nello stesso giorno in cui si compie la visita.

L’INDULGENZA: che cosa è?
I peccati non solo distruggono o feriscono la comunione con Dio, ma compromettono anche l’equilibrio interiore della persona e il suo ordinato rapporto con le creature. Per un risanamento totale, non occorrono solo il pentimento e la remissione delle colpe, ma anche una riparazione del disordine provocato, che di solito continua a sussistere.
In questo impegno di purificazione il penitente non è isolato. Si trova inserito in un mistero di solidarietà, per cui la santità di Cristo e dei Santi giova anche a lui. Dio gli comunica le Grazie da altri meritate con l’immenso valore della loro esistenza, per rendere più rapida ed efficace la sua riparazione.
La Chiesa ha sempre esortato i fedeli a offrire preghiere, opere buone e sofferenze come intercessione per i peccatori e suffragio per i defunti. Nei primi secoli i Vescovi riducevano ai penitenti la durata e il rigore della penitenza pubblica per intercessione dei testimoni della Fede sopravvissuti ai supplizi. Progressivamente è cresciuta la consapevolezza che il potere di legare e sciogliere, ricevuto dal Signore, include la facoltà di liberare i penitenti anche dei residui lasciati dai peccati già perdonati, applicando loro i meriti di Cristo e dei Santi, in modo da ottenere la Grazia di una fervente carità. I pastori concedono tale beneficio a chi ha le dovute disposizioni interiori e compie alcuni atti prescritti. Questo loro intervento nel cammino penitenziale è la concessione dell’indulgenza.
(C.E.I. - Catechismo degli adulti, n. 710)


COME SAN FRANCESCO CHIESE ED OTTENNE
L’INDULGENZA DEL PERDONO
Una notte dell’anno del Signore 1216, Frate Francesco era immerso nella preghiera e nella contemplazione nella chiesetta della Porziuncola, quando improvvisamente dilagò nella chiesina una vivissima luce e Frate Francesco vide sopra l’altare il Cristo rivestito di luce e alla sua destra la sua Madre Santissima, circondati da una moltitudine di Angeli. Frate Francesco adorò in silenzio con la faccia a terra il suo Signore!
Gli chiesero allora che cosa desiderasse per la salvezza delle anime. La risposta di Frate Francesco fu immediata: “Signore, benché io sia misero e peccatore, Ti prego che a tutti quanti, pentiti e confessati, verranno a visitare questa Chiesa, conceda ampio e generoso perdono, con una completa remissione di tutte le colpe”.
“Quello che tu chiedi, o Frate Francesco, è grande -gli disse il Signore-, ma di maggiori cose sei degno e di maggiori ne avrai. Accolgo quindi la tua preghiera, ma a patto che tu domandi al mio Vicario in terra, da parte mia, questa indulgenza”.
E Francesco si presentò subito al Pontefice Onorio III che in quei giorni si trovava a Perugia e con candore gli raccontò la visione avuta. Il Papa lo ascoltò con attenzione e dopo qualche difficoltà dette la sua approvazione. Poi disse: “Per quanti anni vuoi questa indulgenza?”. Frate Francesco scattando rispose: “Padre Santo, non domando anni, ma anime”. E felice si avviò verso la porta, ma il Pontefice lo chiamò: “Come, non vuoi nessun documento?”. E Frate Francesco: “Santo Padre, a me basta la vostra parola! Se questa indulgenza è opera di Dio, Egli penserà a manifestare l’opera sua; io non ho bisogno di alcun documento: questa carta deve esserela Santissima Vergine Maria, Cristo il notaio e gli Angeli i testimoni”.
E qualche giorno più tardi, insieme ai Vescovi dell’Umbria, al popolo convenuto alla Porziuncola, disse tra le lacrime: “Fratelli miei, voglio mandarvi tutti in Paradiso!”.


VOGLIO VIVERE SOLO DI TE, SIGNORE

Signore, 
guarda i desideri più nobili, le aspirazioni più alte che ci sono in me. 
Guarda anche la mia debolezza e la mia viltà. 
AvendoTi incontrato, non voglio andarmene via triste a causa dei miei beni che sono soltanto miserie se comparate al tesoro del Regno. 
Concedimi la forza di strapparmi a me stesso, di vendere tutto per acquistare la Perla preziosa, che sei Tu!