" O MARIA CONCEPITA SENZA PECCATO, PREGA PER NOI CHE RICORRIAMO A TE! "

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"Piena di grazia Ti chiamo perchè la grazia Ti riempie; e se potessi, molta più grazia Ti darei. Il Signore è con Te, anche più di quanto Tu sia con Dio; la Tua Carne non è più Carne Tua, il Tuo Sangue è per due. E benedetta sarai tra tutte le donne, perchè, se sei Madre di tutti, chi potrebbe non amarTi?"
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16 agosto 2012

SAN MASSIMILIANO MARIA KOLBE


San Massimiliano Maria Kolbe
Sacerdote e martire
Zdunska-Wola, Polonia, 8 gennaio 1894 - Auschwitz, 14 agosto 1941

Massimiliano Maria Kolbe nasce nel 1894 a Zdunska-Wola, in Polonia. Entra nell'Ordine dei Francescani e, mentre l'Europa si avvia a un secondo conflitto mondiale, svolge un intenso apostolato missionario in Europa e in Asia. Ammalato di tubercolosi, Kolbe dà vita al «Cavaliere dell'Immacolata», periodico che raggiunge in una decina d'anni una tiratura di milioni di copie. Nel 1941 è deportato ad Auschwitz. Qui è destinato ai lavori più umilianti, come il trasporto dei cadaveri al crematorio. Nel campo di sterminio Kolbe offre la sua vita di Sacerdote in cambio di quella di un padre di famiglia, suo compagno di prigionia. Muore pronunciando «Ave Maria». Sono le sue ultime parole, è il 14 agosto 1941. Giovanni Paolo II lo ha chiamato «patrono del nostro difficile secolo». La sua figura si pone al crocevia dei problemi emergenti del nostro tempo: la fame, la pace tra i popoli, la riconciliazione, il bisogno di dare senso alla vita e alla morte. (Avvenire)
Etimologia: Massimiliano = composto di Massimo e Emiliano (dal latino)
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Memoria di San Massimiliano Maria (Raimondo) Kolbe, Sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali e martire, che, fondatore della Milizia di Maria Immacolata, fu deportato in diversi luoghi di prigionia e, giunto infine nel campo di sterminio di Auschwitz vicino a Cracovia in Polonia, si consegnò ai carnefici al posto di un compagno di prigionia, offrendo il suo ministero come olocausto di carità e modello di fedeltà a Dio e agli uomini.

Se non è il primo è senz’altro fra i primi ad essere stato beatificato e poi canonizzato fra le vittime dei campi di concentramento tedeschi. Il Papa Giovanni Paolo II ha detto di lui, che con il suo martirio egli ha riportato “la vittoria mediante l’amore e la fede, in un luogo costruito per la negazione della fede in Dio e nell’uomo”.
Massimiliano Kolbe nacque il 7 gennaio 1894 a Zdunska-Wola in Polonia, da genitori ferventi cristiani; il suo nome al Battesimo fu quello di Raimondo. Papà Giulio, operaio tessile era un patriota che non sopportava la divisione della Polonia di allora in tre parti, dominate da Russia, Germania ed Austria; dei cinque figli avuti, rimasero in vita ai Kolbe solo tre, Francesco, Raimondo e Giuseppe.
A causa delle scarse risorse finanziarie solo il primogenito poté frequentare la scuola, mentre Raimondo cercò di imparare qualcosa tramite un Prete e poi con il farmacista del paese; nella zona austriaca, a Leopoli, si stabilirono i Francescani, i quali conosciuti i Kolbe, proposero ai genitori di accogliere nel loro collegio i primi due fratelli più grandi; essi consci che nella zona russa dove risiedevano non avrebbero potuto dare un indirizzo e una formazione intellettuale e cristiana ai propri figli, a causa del regime imperante, accondiscesero; anzi liberi ormai della cura dei figli, il 9 luglio 1908, decisero di entrare loro stessi in convento, Giulio nei Terziari Francescani di Cracovia, ma morì ucciso non si sa bene se dai tedeschi o dai russi, per il suo patriottismo, mentre la madre Maria divenne Francescana a Leopoli.
Anche il terzo figlio Giuseppe dopo un periodo in un pensionamento benedettino, entrò fra i Francescani. I due fratelli Francesco e Raimondo dal collegio passarono entrambi nel noviziato francescano, ma il primo, in seguito ne uscì dedicandosi alla carriera militare, prendendo parte alla Prima Guerra Mondiale e scomparendo in un campo di concentramento.
Raimondo divenuto Massimiliano, dopo il noviziato fu inviato a Roma, dove restò sei anni, laureandosi in filosofia all’Università Gregoriana e in teologia al Collegio Serafico, venendo ordinato Sacerdote il 28 aprile 1918. Nel suo soggiorno romano avvennero due fatti particolari, uno riguardo la sua salute, un giorno mentre giocava a palla in aperta campagna, cominciò a perdere sangue dalla bocca, fu l’inizio di una malattia che con alti e bassi l’accompagnò per tutta la vita.
Poi in quei tempi influenzati dal Modernismo e forieri di totalitarismi sia di destra che di sinistra, che avanzavano a grandi passi, mentre l’Europa si avviava ad un secondo conflitto mondiale, Massimiliano Kolbe non ancora Sacerdote, fondava con il permesso dei superiori la “Milizia dell’Immacolata”, associazione religiosa per la conversione di tutti gli uomini per mezzo di Maria.
Ritornato in Polonia a Cracovia, pur essendo laureato a pieni voti, a causa della malferma salute, era praticamente inutilizzabile nell’insegnamento o nella predicazione, non potendo parlare a lungo; per cui con i permessi dei superiori e del Vescovo, si dedicò a quella sua invenzione di devozione mariana, la “Milizia dell’Immacolata”, raccogliendo numerose adesioni fra i religiosi del suo Ordine, professori e studenti dell’Università, professionisti e contadini.
Alternando periodi di riposo a causa della tubercolosi che avanzava, Padre Kolbe fondò a Cracovia verso il Natale del 1921, un giornale di poche pagine “Il Cavaliere dell’Immacolata” per alimentare lo spirito e la diffusione della “Milizia”.
A Grodno a 600 km da Cracovia, dove era stato trasferito, impiantò l’officina per la stampa del giornale, con vecchi macchinari, ma che con stupore attirava molti giovani, desiderosi di condividere quella vita francescana e nel contempo la tiratura della stampa aumentava sempre più. A Varsavia con la donazione di un terreno da parte del conte Lubecki, fondò “Niepokalanow”, la ‘Città di Maria’; quello che avvenne negli anni successivi, ha del miracoloso, dalle prime capanne si passò ad edifici in mattoni, dalla vecchia stampatrice, si passò alle moderne tecniche di stampa e composizione, dai pochi operai ai 762 religiosi di dieci anni dopo, il “Cavaliere dell’Immacolata” raggiunse la tiratura di milioni di copie, a cui si aggiunsero altri sette periodici.
Con il suo ardente desiderio di espandere il suo Movimento mariano oltre i confini polacchi, sempre con il permesso dei superiori si recò in Giappone, dove dopo le prime incertezze, poté fondare la “Città di Maria” a Nagasaki; il 24 maggio 1930 aveva già una tipografia e si spedivano le prime diecimila copie de “Il Cavaliere” in lingua giapponese.
In questa città si rifugeranno gli orfani di Nagasaki, dopo l’esplosione della prima bomba atomica; aprì una Casa anche ad Ernakulam in India sulla costa occidentale. Per poterlo curare della malattia, fu richiamato in Polonia a Niepokalanow, che era diventata nel frattempo una vera cittadina operosa intorno alla stampa dei vari periodici, tutti di elevata tiratura, con i 762 religiosi, vi erano anche 127 seminaristi.
Ma ormai la Seconda Guerra Mondiale era alle porte e Padre Kolbe, presagiva la sua fine e quella della sua Opera, preparando per questo i suoi confratelli; infatti dopo l’invasione del 1° settembre 1939, i nazisti ordinarono lo scioglimento di Niepokalanow; a tutti i religiosi che partivano spargendosi per il mondo, egli raccomandava “Non dimenticate l’amore”, rimasero circa 40 frati, che trasformarono la ‘Città’ in un luogo di accoglienza per feriti, ammalati e profughi.
Il 19 settembre 1939, i tedeschi prelevarono Padre Kolbe e gli altri Frati, portandoli in un campo di concentramento, da dove furono inaspettatamente liberati l’8 dicembre; ritornati a Niepokalanow, ripresero la loro attività di assistenza per circa 3500 rifugiati di cui 1500 erano ebrei, ma durò solo qualche mese, poi i rifugiati furono dispersi o catturati e lo stesso Kolbe, dopo un rifiuto di prendere la cittadinanza tedesca per salvarsi, visto l’origine del suo cognome, il 17 febbraio 1941 insieme a quattro Frati, venne imprigionato.
Dopo aver subito maltrattamenti dalle guardie del carcere, indossò un abito civile, perché il saio francescano li adirava moltissimo. Il 28 maggio fu trasferito ad Auschwitz, tristemente famoso come campo di sterminio, i suoi quattro confratelli l’avevano preceduto un mese prima; fu messo insieme agli ebrei perché Sacerdote, con il numero 16670 e addetto ai lavori più umilianti come il trasporto dei cadaveri al crematorio.
La sua dignità di Sacerdote e uomo retto primeggiava fra i prigionieri, un testimone disse: “Kolbe era un principe in mezzo a noi”. Alla fine di luglio fu trasferito al Blocco 14, dove i prigionieri erano addetti alla mietitura nei campi; uno di loro riuscì a fuggire e secondo l’inesorabile legge del campo, dieci prigionieri vennero destinati al bunker della morte. Padre Kolbe si offrì in cambio di uno dei prescelti, un padre di famiglia, suo compagno di prigionia.
La disperazione che s’impadronì di quei poveri disgraziati, venne attenuata e trasformata in preghiera comune, guidata da Padre Kolbe e un po’ alla volta essi si rassegnarono alla loro sorte; morirono man mano e le loro voci oranti si ridussero ad un sussurro; dopo 14 giorni non tutti erano morti, rimanevano solo quattro ancora in vita, fra cui Padre Massimiliano, allora le SS decisero, che giacché la cosa andava troppo per le lunghe, di abbreviare la loro fine con una iniezione di acido fenico; il francescano martire volontario, tese il braccio dicendo “Ave Maria”, furono le sue ultime parole, era il 14 agosto 1941.
Le sue ceneri si mescolarono insieme a quelle di tanti altri condannati, nel forno crematorio; così finiva la vita terrena di una delle più belle figure del francescanesimo della Chiesa polacca. Il suo fulgido martirio gli ha aperto la strada della beatificazione, avvenuta il 17 ottobre 1971 con Papa Paolo VI e poi è stato canonizzato il 10 ottobre 1982 da Papa Giovanni Paolo II, suo concittadino.


14 agosto 2012

SANTA CHIARA D'ASSISI



                     
Ha appena dodici anni Chiara, nata nel 1194 dalla nobile e ricca famiglia degli Offreducci, quando Francesco d'Assisi compie il gesto di spogliarsi di tutti i vestiti per restituirli al padre Bernardone. Conquistata dall'esempio di Francesco, la giovane Chiara sette anni dopo fugge da casa per raggiungerlo alla Porziuncola. Il Santo le taglia i capelli e le fa indossare il saio francescano, per poi condurla al monastero benedettino di S. Paolo, a Bastia Umbra, dove il padre tenta invano di persuaderla a ritornare a casa. Si rifugia allora nella Chiesa di San Damiano, in cui fonda l'Ordine femminile delle «povere recluse» (chiamate in seguito Clarisse) di cui è nominata badessa e dove Francesco detta una prima Regola. Chiara scrive successivamente la Regola definitiva chiedendo ed ottenendo da Gregorio IX il «privilegio della povertà». Per aver contemplato, in una Notte di Natale, sulle pareti della sua cella il presepe e i riti delle funzioni solenni che si svolgevano a Santa Maria degli Angeli, è scelta da Pio XII quale protettrice della televisione. Erede dello spirito francescano, si preoccupa di diffonderlo, distinguendosi per il culto verso il SS. Sacramento che salva il convento dai Saraceni nel 1243. (Avvenire)
Patronato: Televisione
Etimologia: Chiara = trasparente, illustre, dal latino
Emblema: Giglio, Ostia
Martirologio Romano: Memoria di Santa Chiara, vergine, che, primo virgulto delle Povere Signore dell’Ordine dei Minori, seguì San Francesco, conducendo ad Assisi in Umbria una vita aspra, ma ricca di opere di carità e di pietà; insigne amante della povertà, da essa mai, neppure nell’estrema indigenza e infermità, permise di essere separata.

La sera della domenica delle Palme del 1212 una bella ragazza diciottenne fugge dalla sua casa in Assisi e corre alla Porziuncola, dove l’attendono Frate Francesco e il gruppo dei suoi Frati minori. Le fanno indossare un saio da penitente, le tagliano i capelli e poi la ospitano in due successivi monasteri benedettini, a Bastia e a Sant’Angelo.
Infine Chiara prende dimora nel piccolo fabbricato annesso alla Chiesa di San Damiano, che era stata restaurata da Frate Francesco. Qui Chiara è stata raggiunta dalla sorella Agnese; poi dall’altra, Beatrice, e da gruppi di ragazze e donne: saranno presto una cinquantina.
Così incomincia, sotto la spinta di Frate Francesco d’Assisi, l’avventura di Chiara, figlia di nobili che si oppongono anche con la forza alla sua scelta di vita, ma invano. Anzi, dopo alcuni anni andrà con lei anche sua madre, Ortolana. Chiara però non è fuggita “per andare dalle monache”, ossia per entrare in una comunità nota e stabilita. Affascinata dalla predicazione e dall’esempio di Frate Francesco, la ragazza vuole dare vita a una famiglia di claustrali radicalmente povere, come singole e come monastero, viventi del loro lavoro e di qualche aiuto dei Frati minori, immerse nella preghiera per sé e per gli altri, al servizio di tutti, preoccupate per tutti.
Chiamate popolarmente “Damianite” e da Frate Francesco “Povere Dame”, saranno poi per sempre note come “Clarisse”.  
Da Frate Francesco, lei ottiene una prima Regola fondata sulla povertà. Frate Francesco consiglia, Frate Francesco ispira sempre, fino alla morte (1226), ma lei è per parte sua una protagonista, anche se sarà faticoso farle accettare l’incarico di abbadessa. In un certo modo essa preannuncia la forte iniziativa femminile che il suo secolo e il successivo vedranno svilupparsi nella Chiesa.
Il Cardinale Ugolino, Vescovo di Ostia e protettore dei Minori, le dà una nuova Regola che attenua la povertà, ma lei non accetta sconti: così Ugolino, diventato Papa Gregorio IX (1227-41) le concede il “privilegio della povertà”, poi confermato da Innocenzo IV con una solenne bolla del 1253, presentata a Chiara pochi giorni prima della morte.
Austerità sempre. Però “non abbiamo un corpo di bronzo, né la nostra è la robustezza del granito”. Così dice una delle lettere (qui in traduzione moderna) ad Agnese di Praga, figlia del re di Boemia, severa badessa di un monastero ispirato all’ideale francescano.
Chiara le manda consigli affettuosi ed espliciti: “Ti supplico di moderarti con saggia discrezione nell’austerità quasi esagerata e impossibile, nella quale ho saputo che ti sei avviata”.
Agnese dovrebbe vedere come Chiara sa rendere alle consorelle malate i servizi anche più umili e sgradevoli, senza perdere il sorriso e senza farlo perdere. A soli due anni dalla morte, Papa Alessandro IV la proclama Santa.
Santa Chiara si distinse per il culto verso l'Eucarestia. Per due volte Assisi venne minacciata dall'esercito dell'imperatore Federico II che contava, tra i suoi soldati, anche saraceni. Suor Chiara, in quel tempo malata, fu portata alle mura della città con in mano la pisside contenente il Santissimo Sacramento: i suoi biografi raccontano che l'esercito, a quella vista, si dette alla fuga.
 (Domenico Agasso)

10 agosto 2012

SANTA MARINA DI BITINIA


Le fonti più accreditate ci fanno sapere che Santa Marina è nata in Bitinia, l’antica regione romana dell’Asia Minore, più precisamente in Libano, nel 714-15 circa (gli studi sulla data di nascita ed il periodo in cui visse, sono spesso discordanti; ad esempio alcuni studiosi affermano sia vissuta tra il IV e il V secolo). Marina nacque in una famiglia cristiana di umili origini, dalla quale ricevette i primi rudimenti religiosi.

A dieci anni, dopo la morte della madre, il padre, di nome Eugenio, venerato come santo dalla Chiesa Greco ortodossa, decise di affidare la giovane figlia ad alcuni parenti e di ritirarsi nel Cenobio, un monastero, situato nella valle di Kanoubine, in Siria, fatto di celle e grotte scavate nella roccia, i cui frati, in tutto 40, vivevano in solitudine e preghiera seguendo le regole di San Basilio. La tristezza di entrambi, dovuta alla lontananza, costrinse il padre, su consenso e desiderio della figlia, ad escogitare uno stratagemma per farla ammettere anch’ella in convento; fu così che raccontò all’egumeno (l’abate), che gli chiese motivo della sua malinconia, di avere lasciato un figlio a casa, il quale, tra l’altro, desiderava entrare anch’egli nel monastero. L’Abate, commosso dal racconto di Eugenio, che stimava e teneva in grande considerazione, acconsentì all’ammissione del figlio nel monastero.
Allora, tornato a casa, rasò i lunghi capelli della figlia, la vestì da uomo e le cambiò il nome in Marino, dopodiché si misero tutti e due in cammino verso il monastero. Nel corso del lungo viaggio il padre istruì la giovane quattordicenne nella lettura, le espose i comandamenti e la vita di Gesù, insegnandole tutto quello di cui avrebbe avuto bisogno per combattere le “insidie del nemico”; come ultima cosa si fece promettere dalla figlia che non avrebbe mai dovuto rivelare a nessuno la sua vera identità. Vissero così assieme, nella stessa cella, per tre anni, dopodichè Eugenio passò a miglior vita.

La giovane Marina, però, continuò in solitudine la vita monastica osservando meticolosamente i comandamenti e la dottrina impartitagli dal padre, progredendo di giorno in giorno in virtù, attraverso un’intensa attività di preghiera, meditazione e digiuno, diventando ben presto un esempio per tutti i confratelli e per questo fu amato dall’Abate più degli altri. Già in vita ebbe in dono il carisma di cacciare i demoni imponendo le mani sugli indemoniati e sui malati. Alcune fonti narrano che il padre, per giustificare i tratti femminili di Marina, raccontò che il figlio fosse un eunuco, altri dicono che fossero gli stessi frati a pensarlo, altri ancora dicevano che il volto senza barba era dato dall’intensa attività ascetica e dai numerosi digiuni operati da frate Marino; fatto sta che nessuno mise mai in dubbio l’identità di fra Marino.

Ogni mese alcuni monaci, a turno, venivano inviati dall’Abate nei paesi vicini per svolgere affari economici e non di rado capitava che a metà del viaggio, con l’avvicinarsi della notte e sostassero in una locanda per recuperare le forze. Un giorno fu inviato anche fra Marino che, assieme agli altri confratelli, passò la notte, come di consueto, nella solita locanda. Il locandiere aveva una figlia che rimase incinta di un soldato che, casualmente, soggiornò nella locanda lo stesso giorno in cui soggiornarono i monaci. Fu così che la figlia del locandiere, istigata dal demonio, accusò di molestie fra Marino. I genitori della ragazza infuriati si presentarono al convento raccontando l’accaduto all’Abate che, incredulo, considerando la santità di Marino, lo fece chiamare per udire dalla sua bocca se le accuse mosse fossero vere. Inverosimilmente Marino non si discolpò ma, dopo aver pensato a lungo, si mise a piangere pronunciandole seguenti parole: “Padre, peccai, sono apparecchiato alla penitenzia”.

A questo punto l’Abate dopo averlo punito duramente lo cacciò. Marino, dunque, visse per tre anni di stenti nei pressi del monastero, giacendo per terra, piangendo ed affliggendosi per un fatto da lui non commesso, pregando e facendo penitenza con grande umiltà, non raccontando mai a nessuno dell’accaduto. Visse cibandosi di erbe selvatiche e accettando qualche elemosina. Inoltre il locandiere, dopo che la figlia ebbe partorito, le affidò il “figlio del peccato”, di nome Fortunato, che crebbe con amore e pazienza (si racconta che lo allattò dal proprio seno). Passati tre anni i monaci del convento, rimasti ammirati da tanta virtù, chiesero con forza all’egumeno la riammissione del confratello, il quale, dopo reiterate richieste, acconsentì con molte resistenze, ammettendo anche il bambino, a condizione che si mettesse al completo servizio dei frati; le furono, dunque, assegnati i lavori più umili e faticosi che svolse senza mai lamentarsi, non trascurando il figlio adottivo che educò con amore alle virtù monastiche.

Dopo qualche tempo Marino, stanco e colpito al fisico dal continuo e duro lavoro, fu trovato morto nella sua cella, all’età di 25 anni. Fu così che scoprirono che in realtà Marino era una donna e tutti cominciarono a piangere e a battersi il petto per le ingiurie e le afflizioni che gli avevano fatto. La figlia del locandiere, rimasta posseduta dal demonio, dopo aver udito la notizia corse al convento gridando la sua “vergogna” e proprio in quel momento santa Marina la liberò dal demonio. Quel giorno il corpo, su ordine dell’egumeno, fu lasciato nell'oratorio per la devozione della gente. I giorni seguenti in molti, dei paesi vicini, accorsero al capezzale della santa che poco dopo fu seppellita all’interno del monastero. Qualche tempo più tardi le sue spoglie furono trasferite in Romania e poi, per volere degli imperatori, furono portate a Bisanzio e da qui, nel 1228, a Venezia e collocate nella Chiesa a lei dedicata. Tra il 1806 e il 1810, nel corso della dominazione napoleonica, la Chiesa di Santa Marina fu soppressa e le reliquie vennero spostate nella vicina Chiesa di Santa Maria Formosa, dove si trovano tutt’ora riposte all’interno di una teca.

SANTA TERESA BENEDETTA DELLA CROCE (Edith Stein)


Edith Stein nasce a Breslavia, capitale della Slesia prussiana, il 12 ottobre 1891, da una famiglia ebrea di ceppo tedesco. Allevata nei valori della religione israelitica, a 14 anni abbandona la fede dei padri divenendo atea. Studia filosofia a Gottinga, diventando discepola di Edmund Husserl, il fondatore della scuola fenomenologica. Ha fama di brillante filosofa. Nel 1921 si converte al cattolicesimo, ricevendo il Battesimo nel 1922. Insegna per otto anni a Speyer (dal 1923 al 1931). Nel 1932 viene chiamata a insegnare all’Istituto pedagogico di Münster, in Westfalia, ma la sua attività viene sospesa dopo circa un anno a causa delle leggi razziali. Nel 1933, assecondando un desiderio lungamente accarezzato, entra come postulante al Carmelo di Colonia. Assume il nome di suor Teresa Benedetta della Croce. Il 2 agosto 1942 viene prelevata dalla Gestapo e deportata nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau dove il 9 agosto muore nella camera a gas. Nel 1987 viene proclamata Beata, è canonizzata da Giovanni Paolo II l’11 ottobre 1998. Nel 1999 viene dichiarata, con Santa Brigida di Svezia e Santa Caterina da Siena, Compatrona dell’Europa.

Un pugnetto di cenere e di terra scura passata al fuoco dei forni crematori di Auschwitz: è ciò che oggi rimane di Santa Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein; ma in maniera simbolica, perché di lei effettivamente non c’è più nulla. Un ricordo di tutti quegli innocenti sterminati, e furono milioni, nei lager nazisti. Questo piccolo pugno di polvere si trova sotto il pavimento della Chiesa parrocchiale di San Michele, a nord di Breslavia, oggi Wroclaw, a pochi passi da quel grigio palazzetto anonimo, in ulica (via) San Michele 38, che fu per tanti anni la casa della famiglia Stein. I luoghi della tormentata giovinezza di Edith, del suo dolore e del suo distacco.
Sulla parete chiara della Chiesa, ricostruita dopo la guerra e affidata ai salesiani, c’è un arco in cui vi è inciso il suo nome. Nella cappella, all’inizio della navata sinistra, si alzano due blocchi di marmo bianco: uno ha la forma di un grande libro aperto, a simboleggiare i suoi studi di filosofia; l’altro riproduce un grosso numero di fogli ammucchiati l’uno sopra l’altro, a ricordare i suoi scritti, la sua produzione teologica.
Ma cosa resta veramente della religiosa carmelitana morta ad Auschwitz in una camera a gas nell’agosto del 1942?
Certamente, ben più di un simbolico pugnetto di polvere o di un ricordo inciso nel marmo. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, la sua vicenda è balzata via via all’attenzione della comunità internazionale, rivelando la sua grande statura, non solo filosofica ma anche religiosa, e il suo originale cammino di santità: era stata una filosofa della scuola fenomenologica di Husserl, una femminista ante litteram, teologa e mistica, autrice di opere di profonda spiritualità, ebrea e agnostica, monaca e martire; “una personalità -ha detto di lei Giovanni Paolo II- che porta nella sua intensa vita una sintesi drammatica del nostro secolo”.
Elevata all’onore degli altari l’11 ottobre 1998, la sua santità non può comprendersi se non alla luce di Maria Santissima, modello di ogni anima consacrata, suscitatrice e plasmatrice dei più grandi Santi nella storia della Chiesa. Beatificata in maggio (del 1987), dichiarata Santa in ottobre, entrambi mesi della Madonna: si è trattato soltanto di una felice quanto fortuita coincidenza?
C’è in realtà un “filo mariano” che si dipana in tutta l’esperienza umana e spirituale di questa martire carmelitana. A cominciare da una data precisa, il 1917. In Italia è l’anno della disfatta di Caporetto, in Russia della rivoluzione bolscevica. Per Edith il 1917 è invece l’anno chiave del suo processo di conversione. L’anno del passo lento di Dio. Mentre lei, ebrea agnostica e intellettuale in crisi, brancola nel buio, non risolvendosi ancora a “decidere per Dio”, a molti chilometri dall’università di Friburgo dov’è assistente alla cattedra di Husserl, nella Città Eterna, il francescano polacco Padre Massimiliano Kolbe con un manipolo di confratelli fondava la Milizia dell’Immacolata, un movimento spirituale che nel suo forte impulso missionario, sotto il vessillo di Maria, avrebbe raggiunto negli anni a venire il mondo intero per consacrare all’Immacolata il maggior numero possibile di anime. Del resto -e come dimenticarlo?- quello stesso 1917 è pure l’anno delle apparizioni della Madonna ai pastorelli di Fatima. Un filo mariano intreccia misteriosamente le vite dei singoli esseri umani stendendo la sua trama segreta sul mondo.
Decisiva per la conversione della Stein al cattolicesimo fu la vita di Santa Teresa d’Avila letta in una notte d’estate. Era il 1921, Edith era sola nella casa di campagna di alcuni amici, i coniugi Conrad-Martius, che si erano assentati brevemente lasciandole le chiavi della biblioteca. Era già notte inoltrata, ma lei non riusciva a dormire. Racconta: «Presi casualmente un libro dalla biblioteca; portava il titolo “Vita di Santa Teresa narrata da lei stessa”. Cominciai a leggere e non potei più lasciarlo finché non ebbi finito. Quando lo richiusi, mi dissi: questa è la verità».
Aveva cercato a lungo la verità e l’aveva trovata nel mistero della Croce; aveva scoperto che la verità non è un’idea, un concetto, ma una persona, anzi la Persona per eccellenza: Gesù Cristo. Così la giovane filosofa ebrea, la brillante assistente di Husserl, nel gennaio del 1922 riceveva il Battesimo nella Chiesa cattolica.
Edith poi, una volta convertita al cattolicesimo, è attratta fin da subito dal Carmelo, un Ordine contemplativo sorto nel XII secolo in Palestina, vero “giardino” di vita cristiana (la parola karmel significa difatti “giardino”) tutto orientato verso la devozione specifica a Maria, come segno di obbedienza assoluta a Dio. Particolare non trascurabile -un’altra coincidenza?- il giorno in cui la Stein ottiene la risposta di accettazione da parte del convento di Lindenthal, per cui aveva tanto trepidato nel timore di essere rifiutata, è il 16 luglio del 1933, solennità della Regina del Carmelo.
Così Edith offrirà a Lei, alla Mamma Celeste, quale omaggio al suo provvidenziale intervento, i grandi mazzi di rose che riceve dai colleghi insegnanti e dalle sue allieve del collegio “Marianum” il giorno della partenza per l’agognato Carmelo di Colonia.
Il 21 aprile 1938 Suor Teresa Benedetta della Croce emette la professione perpetua. Fino al 1938 gli ebrei potevano ancora espatriare, in America perlopiù o in Palestina, poi invece -dopo l’incendio di tutte le sinagoghe nelle città tedesche nella notte fra il 9 e il 10 novembre, passata alla storia come “la notte dei cristalli”- occorrevano inviti, permessi, tutte le carte in regola; era molto difficile andare via. In Germania era già cominciata la caccia aperta al giudeo.
La presenza di Edith al Carmelo di Colonia rappresenta un pericolo per l’intera comunità: nei libri della famigerata polizia hitleriana, infatti, Suor Teresa Benedetta è registrata come “non ariana”. Le sue superiori decidono allora di farla espatriare in Olanda, a Echt, dove le carmelitane hanno un convento.
Prima di lasciare precipitosamente la Germania, il 31 dicembre del 1938, nel cuore della notte, Suor Teresa chiede di fermarsi qualche minuto nella Chiesa “Maria della Pace”, per inginocchiarsi ai piedi della Vergine e domandare la sua materna protezione nell’avventurosa fuga verso il Carmelo di Echt. “Ella -aveva detto- può formare a propria immagine coloro che Le appartengono”. “E chi sta sotto la protezione di Maria –concludeva-, è ben custodito.”
L’anno 1942 segnò l’inizio delle deportazioni di massa verso l’est, attuate in modo sistematico per dare compimento a quella che era stata definita come la Endlösung, ovvero la “soluzione finale” del problema ebraico. Neppure l’Olanda è più sicura per Edith. Il pomeriggio del 2 agosto due agenti della Gestapo bussarono al portone del Carmelo di Echt per prelevare Suor Stein insieme alla sorella Rosa. Destinazione: il campo di smistamento di Westerbork, nel nord dell’Olanda. Da qui, il 7 agosto venne trasferita con altri prigionieri nel campo di sterminio di Auschwitz- Birkenau.
Il 9 agosto, con gli altri deportati, fra cui anche la sorella Rosa, varcò la soglia della camera a gas, suggellando la propria vita col martirio: non aveva ancora compiuto cinquantuno anni.

IL SANTO CURATO D'ARS


San Giovanni Maria Vianney, più conosciuto come il Santo Curato d’Ars: un uomo diventato Sacerdote per la tenacia del suo maestro spirituale, l’abbé Charles Balley, parroco di Ecully, presso Lione. Nessuno credeva nelle capacità spirituali del giovane Giovanni Maria Vianney; egli non amava gli studi e non riusciva ad assimilare alcuna nozione in seminario. Fu il suo parroco sopra citato ad avviarlo al seminario, lo riaccolse quando venne sospeso dagli studi, lo seguì e convinse il Vescovo.
Nacque l’8 maggio 1786 a Dardilly (Francia), di famiglia contadina e privo della prima formazione, riuscì, nell’agosto 1815, ad essere ordinato Sacerdote.
Si trattò di un vero miracolo il raggiungimento, per lui, del sacerdozio; anche se era molto spirituale e dedicato solamente alle cose di Dio, non aveva le basi teologiche ben strutturate. Però era volontà di Dio la sua ordinazione sacerdotale e così avvenne, ma il Vescovo non poteva mandarlo come parroco in una parrocchia e lo nominò vicario dell’abbé Balley, suo Padre spirituale e sostegno durante il seminario.
Alla morte di Balley, non fu promosso parroco, il Vescovo non lo considerava adeguato, così penso di mandarlo ad Ars-en-Dombes, un borgo con meno di trecento abitanti. Da molti anni quel paese non aveva avuto parroci, era abbandonato a sè stesso, quindi secondo il Vescovo lì non avrebbe commesso grossi danni… Bastava celebrare la Santa Messa e poi era libero… nessuno sarebbe andato a confessarsi da un Sacerdote incolto.
Questo era il ragionamento del Vescovo, evidentemente non si era confrontato con Gesù Eucaristia…
Dopo i primi anni di attività pastorale ignorata da tutti i paesani ma un’attività che vedeva il Curato d’Ars fare penitenze giorno e notte e rimanere davanti all’Eucaristia in adorazione, lentamente i paesani quasi atei cominciarono ad avvicinarlo, fino ad andare tutti quanti la domenica a Messa. Si diffuse la voce che il Curato d’Ars era un uomo di Dio e cominciarono ad arrivare persone da tutta la Francia e dall’estero, anche perché Gesù aveva arricchito il Sacerdote di carismi particolari.
Confessava quasi tutto il giorno, leggeva nelle coscienze, scrutava i cuori, profetizzava ed otteneva grandi miracoli per i suoi devoti.
I suoi interessi erano l’Eucaristia e la Madonna: con queste due devozioni aiutò milioni di anime. La sua vita di preghiera fu straordinaria: era interessato solo al Vangelo di Gesù e alla salvezza delle anime. Restava molte notti davanti al Tabernacolo, aveva un’autentica intimità con Gesù, si abbandonava totalmente alla Sua volontà.
Nelle sue prediche semplici ma profonde, ripeteva: “Egli è lì”, guardando il Tabernacolo. È stato un Sacerdote dell’Eucaristia, celebrata ed adorata, a tutti diceva: “Non c’è niente di più grande…”. La Chiesa lo indica come Patrono dei parroci, e se molti parroci seguissero qualcosa della spiritualità del Santo, trasfigurerebbero sè stessi e le parrocchie.
(padre Giulio Maria Scozzaro)

31 gennaio 2011

31 GENNAIO: SAN GIOVANNI BOSCO, IL GRANDE EDUCATORE DEI GIOVANI!

"Fate quello che potete; Dio farà ciò che non possiamo fare noi.
Confidate in ogni cosa in Gesù Sacramentato e in Maria Ausiliatrice, e vedrete che cosa sono i miracoli".
(Don Bosco)

22 maggio 2010

RITA DA CASCIA, LA SANTA DELL'IMPOSSIBILE E DEI CASI DISPERATI

Rita nacque a Roccaporena, una piccola frazione del comune di Cascia, in un giorno imprecisato di un anno che la maggior parte degli studiosi indica nel 1381. La tradizione presenta i genitori, Antonio Lotti ed Amata Ferri, come una coppia unita, avanti negli anni, profondamente religiosa e con un solo cruccio: la mancanza di figli. Ma una notte ad Amata apparve in sogno un angelo per annunciarle che sarebbe diventata madre di una bimba alla quale sarebbe stato imposto il nome di Margherita : il sogno diventò realtà.

Il miracolo “delle api bianche” potrebbe aiutarci a collocare l'evento nel periodo estivo o prossimo all'estate: Rita infatti aveva pochi giorni quando esso accade e gli insetti, che le ronzavano vicino al volto senza pungerla, furono scacciati da un mietitore che stava lavorando in un campo di grano vicino. La mano dell'uomo, feritasi con la falce, fu guarita dalle api bianche nel momento che vi si posarono sopra.

L'adolescenza di Margherita trascorse in un clima di profonda religiosità. Accanto alla cura della casa, sicuramente le fu insegnato a leggere e a scrivere. Nell'istruzione religiosa i genitori furono probabilmente aiutati dai frati e dalle suore dell'ordine agostiniano presenti a Cascia.

La tradizione insiste in particolar modo sulla volontà dell'adolescente di farsi suora per dedicare la sua vita a Cristo. Ma il destino di Margherita era diverso: nel 1393 Paolo di Ferdinando Mancini la chiese in moglie e il padre, nonostante la vocazione religiosa della figlia, acconsentì. Una decisione che appare strana se si presta fede alla tradizione che descrive il giovane pretendente come un violento, appartenente alla fazione Ghibellina (contraria al potere temporale del papa), implicato in quelle faide che i genitori della ragazza s'impegnavano a far cessare favorendo la pacificazione tra le famiglie o i gruppi che vi erano coinvolti.
Il matrimonio fu probabilmente celebrato nel 1395-1396 quando la ragazza aveva sedici o diciassette anni. La vita di Rita al fianco di Paolo non dovette essere facile, ma l'amore che gli portava le diede la forza di sopportare la sua irascibilità. Nacquero due figli: Gian Giacomo e Paolo Maria, che ebbero tutto l'amore, la tenerezza e le cure dalla mamma. Rita riuscì con il suo tenero amore e tanta pazienza a trasformare il carattere del marito e a renderlo più docile tanto che Paolo abbandonò le vecchie compagnie, le lotte, gli agguati e la vita rissosa per dedicare il suo tempo alla famiglia. Ma questo cambiamento non fu gradito ai suoi vecchi compagni che una notte, tra il 1413-1414, gli tesero un mortale agguato: lo attesero nei pressi di Collegiacone, lungo la strada che da Cascia porta a Roccaporena, e lì l'uccisero a pugnalate.

Rita fu molto afflitta per l'atrocità dell'avvenimento, cercò dunque rifugio e conforto nell'orazione con assidue e infuocate preghiere nel chiedere a Dio il perdono degli assassini di suo marito. Contemporaneamente intraprese un'azione per giungere alla pacificazione, a partire dai suoi figlioli, che sentivano, nonostante i suoi insegnamenti, come un dovere la vendetta per la morte del padre. Ma, forse per le preghiere che lei stessa elevò al cielo affinché non si macchiassero di altro sangue, Gian Giacomo e Paolo Maria morirono di malattia circa un anno dopo il padre, tra il 1414-1415.

Ora Rita era veramente rimasta sola e nulla più la legava ad una vita fuori dal convento. Ma le monache agostiniane, che pure accoglievano tra loro delle vedove, non potevano accettare di ammettere nell'ordine una donna implicata, suo malgrado, in una faida. Rita s'impegnò, quindi, nel pacificare la famiglia del marito con quelle dei suoi assassini e a mettere fine a quell'odio che l'aveva privata di tutti i suoi affetti. Un compito difficilissimo, quasi impossibile, ma che alla fine ella riuscì brillantemente a portare a termine.

La leggenda narra che, in una delle tante notti di preghiera in cima allo “Scoglio”, che domina Roccaporena, Rita sarebbe stata portata in volo e depositata all'interno del convento dai suoi tre santi protettori: Giovanni Battista, Agostino e Nicola da Tolentino. Le monache del convento di S. Maria Maddalena non poterono far altro che accoglierla nella comunità, riconoscendo nell'avvenimento una Volontà Divina. Finalmente la sua vita poteva essere dedicata interamente a Cristo e alla meditazione sulla Sua Passione e Morte. Le testimonianze che sono giunte sulla vita di Rita, negli anni trascorsi tra le suore agostiniane, mostrano la figura di una donna che praticò, sopra tutte le altre, le virtù dell'umiltà e dell'obbedienza.

Il Venerdì Santo del 1432, Rita tornò in Convento profondamente turbata, dopo aver sentito un predicatore rievocare con ardore le sofferenze della morte di Gesù e rimase a pregare davanti al Crocefisso in contemplazione. In uno slancio di amore chiese a Gesù di condividere, almeno in parte, le Sue sofferenze. Avvenne allora il prodigio: fu trafitta da una delle spine della corona di Gesù, che la colpì alla fronte. Fu uno spasimo senza fine : portò in fronte la piaga per i restanti 15 anni come sigillo di amore.

Per Rita furono anni di sofferenza senza tregua; la sua perseveranza nella preghiera la portava a trascorrere anche 15 giorni di seguito nella sua cella “senza parlare con nessuno se non con Dio”. Inoltre portava anche il cilicio che le procurava sofferenza, per di più sottoponeva il suo corpo a molte mortificazioni: dormiva per terra fino a quando si ammalò e fu costretta a rimanere a letto negli ultimi anni della sua vita.

A circa 5 mesi dal trapasso, un giorno d’inverno con la temperatura rigida e un manto nevoso che copriva ogni cosa, una parente le fece visita e, nel congedarsi, chiese a Rita se desiderava qualche cosa : lei rispose che avrebbe voluto una rosa del suo orto. Tornata a Roccaporena la parente si recò nell'orticello e grande fu la meraviglia quando vide una bellissima rosa sbocciata : la colse e la portò a Rita. Così Rita divenne la Santa della “Spina” e la Santa della
“Rosa”.

Era il 22 Maggio del 1447 : Rita, prima di chiudere gli occhi per sempre, ebbe la visione di Gesù e della Vergine Maria che la invitavano in Paradiso. Una sua consorella vide la sua anima salire al cielo accompagnata dagli Angeli mentre le campane di S. Maria Maddalena e di tutte le altre chiese si misero a suonare da sole; un profumo soavissimo si spanse per tutto il Monastero e dalla sua camera si vide risplendere una luce luminosa come se vi fosse entrato il sole.

Il suo corpo, esposto nella chiesa del convento, fu mèta di una folla commossa: tra di essa una parente di Roccaporena che, nell'abbracciare la salma, fu guarita da un’infermità al braccio ed il falegname Cecco Barbari da Cascia che vide risanate le sue mani.

La venerazione di Rita da Cascia da parte dei fedeli iniziò subito dopo la sua morte e fu caratterizzata dal numero e dalla qualità di eventi prodigiosi riferiti alla sua intercessione, tanto che divenne “la santa degli impossibili”.

Rita fu beatificata da Papa Urbano VIII (Maffeo Barberini) nel 1627 e canonizzata da Papa Leone XIII (Gioacchino Pecci) nel 1900, a 453 anni dalla sua morte.

Il culto per S. Rita è senza dubbio uno dei più diffusi al mondo, raccogliendo fedeli in ogni angolo della terra. Il corpo di S. Rita è custodito all'interno di una teca in vetro, in un ambiente del convento annesso alla Basilica: da essa si può osservare, attraverso un'ampia grata, che il corpo stesso risulta essere mummificato. Recenti ricognizioni mediche hanno affermato che sulla fronte a sinistra vi sono tracce di una piaga ossea aperta (osteomielite). Il piede destro ha segni di una malattia sofferta negli ultimi anni, forse una sciatalgia, mentre la sua statura era di cm 157.

PREGHIERA A SANTA RITA
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O santa Rita da Cascia, tu sei stata nostra sorella nella vita terrena voluta dall' amore del Padre, per la quale siamo tutti uniti sotto la stessa Provvidenza da un reciproco dovere di giustizia, e nella vita della grazia del Signore Gesù Crocifisso e Risorto, per la quale ci chiamiamo e siamo figli di Dio; tu hai accolto con riconoscenza la opera santificatrice dello Spirito Santo, e la Chiesa ora ti afferma glorificata nella eterna visione di Dio. Supplica la Trinità Santissima affinché diventiamo saldi nella fede, perseveranti nella carità e sempre confortati dalla speranza nelle promesse divine.
Intercedi per la Chiesa, affinché tutti e ovunque siamo fedeli testimoni del Vangelo e troviamo nella fede e nella carità le risposte sicure per noi stessi e per tutti gli uomini.
Intercedi per il Papa e i Vescovi, ai quali il Signore ha affidato il compito di dirigere e governare la Chiesa, affinché lo Spirito Santo sempre li assista nel insegnamento della verità e siano testimoni di fede e di carità davanti ai popoli ed alle nazioni. Intercedi per tutti i sacerdoti, i religiosi, e le religiose, affinchè, in unione con il Papa e i Vescovi, rispondano con perseverante fedeltà alla loro particolare vocazione alla santità e ai loro impegni missionari nel mondo. Intercedi per le vocazioni sacerdotali e religiose, affinchè aumenti il numero e la santità di coloro che si donano al servizio di Dio nei fratelli. Intercedi per le nostre famiglie, turbate dagli insegnamenti di tanti maestri, affinchè riconoscano un unico Maestro, Cristo, e una unica guida a Cristo, la Chiesa, e possano formarsi e crescere in vicendevole amore cristiano, unite, anche nel sacrificio, come Cristo è unito alla Chiesa.
Intercedi per i fanciulli e i giovani, affinchè imparino la vera libertà nella verità del Cristo e sappiano crescere anche nella vita sociale con piena responsabilità cristiana, sorretti da una formazione forte e sicura, consapevoli del dono e del impegno battesimale. Intercedi per la pace, tu che hai patito le conseguenze del odio e hai dimostrato che la mansuetudine ed il perdono conquistano la terra nella vera giustizia. Intercedi per tutti i cristiani, affinchè si chiamino e siano fratelli, e, per il dono della stessa fede e della stessa Eucaristia, formino un solo ovile sotto un solo Pastore, adunati nella unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen!

20 febbraio 2010

20 FEBBRAIO: BEATA GIACINTA MARTO, VEGGENTE DI FATIMA


Giacinta Marto nasce l'11 marzo 1910 ad Aljustrel, parrocchia di Fatima, settima ed ultima figlia di Manuel Pedro Marto e di Olimpia di Gesù. Nel 1916, all’età di sei anni, inizia a lavorare come pastorella.

La Chiesa ha meditato molto, prima di elevarla alla gloria degli altari, non perché si avesse qualche dubbio sulla sua vita cristallina, ma perché fior di teologi cercavano di mettersi d’accordo su una questione non di poco conto: se cioè a 10 anni non ancora compiuti le virtù possono essere vissute in grado eroico, come è appunto richiesto ad ogni cristiano che viene proposto alla venerazione dei fedeli come beato o santo. Alla fine ogni dubbio si è sciolto, anche perché il buon Dio ha messo più di una firma (i miracoli, richiesti per portare qualcuno “sugli altari”) sulla santità di questa bambina.
Non dunque per aver avuto sei apparizioni della Madonna, ma perché queste l’hanno aiutata a raggiungere la perfezione cristiana, noi oggi abbiamo la gioia di festeggiare il 20 febbraio la Beata Giacinta Marto, una delle tre veggenti di Fatima, che il Servo di Dio Giovanni Paolo II, il 13 maggio 2000, ha elevato alla gloria degli altari insieme al fratellino Francesco (ricorrenza il 4 aprile).

Tutto inizia un altro 13 maggio di 83 anni prima, nel 1917, quando la Madonna le appare per la prima volta (ha appena 7 anni), mentre è al pascolo con il fratello Francesco e la cuginetta Lucia.
È quest’ultima (morta il 13 febbraio 2005 sulla soglia dei 98 anni) a testimoniare che Giacinta fino a quel giorno è una bambina come tutte le altre: le piace giocare, come a tutti i bambini di quell’età; è un po’ permalosa, fa il broncio per un nonnulla e non si rassegna tanto facilmente a perdere; le piace ballare e basta il suono di un piffero rudimentale per far fremere e roteare il suo piccolo corpo.

La Madonna irrompe nella sua vita e la cambia radicalmente: medita a lungo sull’eternità dell’inferno e “prende sul serio i sacrifici per la conversione dei peccatori”, si priva anche della merenda per soccorrere i bambini di due famiglie bisognose, si innamora del Papa che vorrebbe tanto incontrare a tu per tu, la sorprendono spesso in preghiera fatta con uno slancio di amore sicuramente superiore alla sua età. Qualsiasi sofferenza, offerta per la conversione dei peccatori, è sempre accompagnata da un amore che si riscontra solo nei più grandi mistici.

Il 23 dicembre 1918, 14 mesi dopo l’ultima apparizione, lei e Francesco vengono colpiti dalla “spagnola”, ma mentre quest’ultimo si spegne in pochi mesi, per Giacinta il calvario è più tormentato perché sopraggiunge una pleurite purulenta, da lei sopportata e offerta “per la conversione dei peccatori e per riparare gli oltraggi che si fanno al Cuore Immacolato di Maria”.
Un ultimo grande sacrificio le viene chiesto: staccarsi dai suoi e soprattutto dalla cugina Lucia, per un ricovero nell’ospedale D. Estefania a Lisbona.
Si tenta di tutto, anche un intervento chirurgico senza anestesia, per tentare di strapparla dalla morte, ma la Madonna viene serenamente a prenderla il 20 febbraio 1920, come aveva promesso.

Il 12 settembre del 1935 la sua salma fu solennemente traslata, dalla tomba di famiglia del Barone di Alvaiàzere in Vila Nova di Ourèm, al cimitero di Fatima, vicino ai resti mortali del suo fratellino Francesco.
Il 1° maggio del 1951 i resti mortali di Giacinta vennero deposti, in forma molto semplice, nella tomba preparata nella Basilica della Cova da Iria, nella cappella laterale, a sinistra dell'altare maggiore.

10 febbraio 2010

S. BERNADETTE SOUBIROUS, LA MESSAGGERA DELL'IMMACOLATA


L’11 febbraio 1858, presso la grotta di Massabielle, la Vergine Maria appare alla giovane Bernardette Soubirous.
Lasciata sola dalle sorelle, Bernardette sembra come richiamata da un rumore di un tuono e dall’agitarsi del roseto attraversato da un insolito vento… subito dopo l’apparire di una nube d’oro che prende le sembianze di una bellissima Donna con i piedi come sostenuti dal cespuglio.
“ La Signora mi guardò, mi sorrise e mi fece cenno di avanzare, come se fosse stata la mia mamma. La paura mi era passata, ma mi sembrava di non sapere più dove fossi. Mi stropicciai gli occhi, li chiusi, li apersi; ma la Signora era sempre là, che continuava a sorridermi e a farmi capire che non mi ingannavo…”
La visione celeste della Madre di Dio allontana ogni paura; la dolcezza e la bellezza che la Sua Persona emana è inesprimibile.
“ La Signora ha l’aspetto di una giovane di sedici o diciassette anni. È vestita di bianco con una fascia azzurra che scende lungo l’abito. Porta sulla testa un velo ugualmente bianco, che lascia scorgere appena i capelli e ricade all’indietro fino al di sotto della fascia. I piedi sono nudi, ma coperti dalle ultime pieghe dell’abito, eccetto alle estremità dove brilla su ciascuno di essi una rosa d’oro. Porta sul braccio un Rosario dai grani bianchi, legati da una catenella d’oro, lucente, come le due rose ai piedi”.

Bernardette, estasiata, cade in ginocchio, ma le riesce impossibile fare il segno della croce… La Signora è venuta ad insegnarle anche questo, così solo dopo averle mostrato con quale devozione sia giusto segnarsi, la veggente può ripetere quel gesto.
La Vergine accompagna la preghiera di Bernardette, che recita il Santo Rosario, tenendo il conto delle “Ave Maria” e ripetendo insieme alla bambina il “Gloria al Padre” al termine di ogni decina. Poi sparisce.

Il 14 febbraio la Signora appare di nuovo, ma anche questa volta non parla. Alla terza venuta, il 18 febbraio, si rivolge a Bernardette con queste parole: “VOLETE AVERE LA BONTA ’ DI VENIRE QUI PER QUINDICI GIORNI?” seguite dalla promessa:
“IO NON VI PROMETTO DI RENDERVI FELICE IN QUESTO MONDO, MA NELL’ALTRO”. Seguono “tre segreti” che Bernardette non deve confidare a nessuno..
Durante le successive apparizioni la Signora domanda alla veggente di andare a bere e a lavarsi alla fonte, poi richiede la costruzione di una cappella in quel luogo dove si vada in processione.

Il 25 Marzo, festa dell’Annunciazione “ la Signora era in piedi, sopra il roseto, e Si mostrava come Si mostra nella medaglia miracolosa…giunse in seguito le mani e le portò verso la parte superiore del petto… poi staccando lentamente le mani e chinandosi verso di me, mi disse:

“Que soy era Immaculada Councepcio ” (“Io sono l’Immacolata Concezione”).


Seguono altre due apparizioni e innumerevoli miracoli, conversioni e guarigioni che continuano ancora oggi.

9 febbraio 2010

S. BERNADETTE SOUBIROUS, LA MESSAGGERA DELL'IMMACOLATA

Era nata nel 1844 in un gruppetto di cinque mulini, distanziati tra loro qualche decina di metri: il penultimo era quello affidato a Francesco Soubirous e alla sua famiglia.
I Soubirous sembravano perseguitati dalla sventura: quella che al principio era una dignitosa povertà si andava sempre più tramutando in miseria: i tempi erano brutti, scarsi i raccolti, cattivi gli affari, e i debiti si andavano accumulando. Quando Bernadette ha dieci anni, il papà non riesce più a pagare l'affitto del suo mulino e da padrone diventa manovale.
L'anno dopo infuria il colera che colpisce anche la bambina; l'anno dopo ancora con la carestia si presenta lo spettro della fame. I Soubirous finiscono per alloggiare nel buio e fetido pianoterra di una antica prigione, il Cachot: un buco umido e malsano.
A 12 anni Bernadette è mandata a servizio, gratuitamente, purché la sfamino (difatti i padroni, giorno dopo giorno, le danno una pasta di granturco che la piccola non riesce nemmeno a digerire).
Non mancano i maltrattamenti che ella sopporta senza lamentarsi perché - dice - "quando si pensa che il Buon Dio lo permette, non ci si lamenta".
Di catechismo nemmeno parlarne. A dire il vero la padrona ha promesso di insegnarglielo, ma ci rinuncia presto:
"Sei troppo stupida. Non potrai mai fare la prima Comunione".
Intanto, a casa, miseria produce miseria: spesso il papà è senza lavoro e, quando in paese rubano due sacchi di farina, il dito si punta su di lui, perché è il più povero. Così Francesco Soubirous finisce in prigione, solo per pochi giorni perché viene presto scagionato, ma intanto un po' di cattiva fama gli resta appiccicata addosso, e il cuore si intristisce.
Bernadette torna a casa: il pensiero della prima Comunione non l'abbandona e il curato ha promesso di insegnarle almeno le nozioni più elementari (anche se poi dirà scandalizzato: "Non sa nemmeno che esiste il Mistero della Trinità!").
Ecco il misero quadro, l'umile e triste frammento di storia e di mondo, cui la Vergine si rivolge quando decide di venire sulla terra. È cosi triste che sembra si voglia esagerare se si aggiunge che proprio in quell'anno la tubercolosi ha cominciato a distruggere il corpo di Bernadette.
Certamente il gioco dei razionalisti qui è facile: basterà dire che tanta miseria ha provocato l'illusione del cielo che si apre sulla terra, che la frustrazione si compensa con la finzione, che la ragazzina miserabile gioca a fare la santa come le bimbe povere giocano a fare le principesse. Ed è infatti proprio quello che tutti dissero subito: all'osteria del paese e nei caffè parigini, appena la notizia si sparse.
Dimenticando comunque l'essenziale: che
la storia può veramente essere guardata anche dall'altra parte, esattamente dal punto da cui la guardò la Vergine Santa quando scelse, come appunto farebbe una madre, una tra le Sue figlioline più sofferenti della terra.
E comunque l'obiezione degli "illuminati" (e le loro volgari allusioni) crolleranno sempre, come contro una pietra, di fronte alla statura morale, piena di dignità, di equilibrio, di incredibile forza e tenacia, di questa ragazzina: non accetterà mai né onori né tanto meno denaro: ogni volta che le offriranno soldi li rifiuterà duramente; se qualcuno le metterà improvvisamente tra le mani qualche moneta d'oro la lascerà subito cadere per terra esclamando: "Mi brucia!"; e quando personalità o vescovi insisteranno per vederla, farà dire loro che farebbero meglio a restare nelle loro diocesi; e quando qualcuno cercherà almeno di toccarla o di tagliarle qualche pezzetto di veste come reliquia, dirà con la sua spiccia sincerità contadina: "Quanto siete imbecilli!". Ma torniamo a quei primi mesi del 1858, quando Bernadette è appena quattordicenne.
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CONTINUA

3 febbraio 2010

S. AGOSTINO, IL POETA DI DIO


Tardi Ti amai,
o Bellezza tanto antica e così nuova,
tardi io Ti amai.
Ed ecco che Tu eri dentro ed io fuori e lì
Ti cercavo, gettandomi, brutto,
su queste cose belle fatte da Te.
Tu eri con me,
ma io non ero con Te:
mi tenevano lontano le creature,
che, se non fossero in Te, non sarebbero.
Tu mi hai chiamato,
hai gridato, hai vinta la mia sordità.
Tu hai balenato, hai sfolgorato,
hai dissipata la mia cecità.
Tu hai sparso il Tuo profumo,
io l'ho respirato e ora anelo a Te.
Ti ho gustato e ora ho fame e sete.
Mi hai toccato e ardo dal desiderio della Tua pace.

31 gennaio 2010

DON BOSCO, UN SACERDOTE SECONDO IL CUORE DI DIO

San Giovanni Bosco fu un sacerdote grande nella carità, educatore attento e mite di cuore.
Egli educò i giovani con "religione, amore e ragionevolezza" e la sua guida spirituale fu Maria. Sotto la protezione di Maria Ausiliatrice, infatti, fondò la Congregazione Salesiana e l'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, guidato da Maria Mazzarello.
La Madonna spiegò al santo gli sviluppi della sua opera attraverso una visione in cui don Bosco camminava sotto un pergolato di rose, che coprivano il suolo:
"Sappi che la via da te percorsa tra le rose e le spine significa la cura che dovrai prenderti per la gioventù. Dovrai camminare con le scarpe della mortificazione. Le spine significano i dispiaceri, i patimenti che vi toccheranno (riferiti anche ai sacerdoti che erano con lui). Ma non vi perdete di coraggio. Con la carità e la mortificazione, tutto supererete e giugerete alle rose senza spine".

11 agosto 2009

SANTA CHIARA DI ASSISI

Chiara nasce da una nobile famiglia nel 1194, da Favarone di Offreduccio di Bernardino e da Ortolana. La madre, recatasi a pregare alla vigilia del parto nella Cattedrale di S. Rufino, sentì una voce che le predisse: “Oh, donna, non temere, perchè felicemente partorirai una chiara luce che illuminerà il mondo”. La bambina fu chiamata Chiara e battezzata in quella stessa Chiesa. Si può senza dubbio affermare che una parte predominante dell’educazione di questa fanciulla è dovuta proprio alla Cattedrale di San Rufino, la sua Chiesa, dove poco distante sorgeva la casa paterna. L'ambiente familiare di Chiara era pervaso da una grande spiritualità. La madre educò con ogni cura le sue figlie e fu tra quelle dame che ebbero la grande fortuna di raggiungere la Terra Santa al seguito dei crociati.
Chiara aveva appena dodici anni quando Francesco d'Assisi compì nella pubblica piazza il gesto di spogliarsi di tutti i vestiti per restituirli al padre Bernardone. Conquistata dall'esempio di San Francesco, la giovane Chiara, sette anni dopo, lo raggiunse alla Porziuncola.
L'esperienza della completa rinuncia e delle predicazioni di Francesco, la fama delle doti che aveva Chiara per i suoi concittadini, fecero sì che queste due grandi personalità s'intendessero perfettamente sul modo di fuggire dal mondo comune e donarsi completamente alla vita contemplativa.
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La notte dopo la Domenica delle Palme (18 marzo 1212) accompagnata da Pacifica di Guelfuccio (prima suora dell'ordine), la giovane si recò di nascosto alla Porziuncola, dove era attesa da Francesco e dai suoi frati. Qui il Santo la vestì del saio francescano, le tagliò i le tagliò i capelli consacrandola alla penitenza e la condusse presso le suore benedettine di S. Paolo a Bastia Umbra, dove il padre inutilmente tentò di persuaderla a far ritorno a casa.
Consigliata da Francesco si rifugiò allora nella Chiesina di San Damiano che divenne la Casa Madre di tutte le sue consorelle chiamate dapprima “Povere Dame recluse di San Damiano” e, dopo la morte della Santa, Clarisse (Ordo Sanctae Clarae, O.S.C.). Qui visse per quarantadue anni, quasi sempre malata, iniziando alla vita religiosa molte sue amiche e parenti compresa la madre Ortolana e le sorelle Agnese e Beatrice.
Nel 1215 Francesco la nominò badessa e formò una prima regola dell'Ordine che doveva espandersi per tutta Europa. La grande personalità di Chiara non passò inosservata agli alti prelati, tanto che il Cardinale Ugolino (legato pontificio) formulò la prima regola per i successivi monasteri e più tardi le venne concesso il privilegio della povertà con il quale Chiara rinunciava ad ogni tipo di possedimento.
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Nel 1243, durante un'incursione di milizie saracene nel Monastero di San Damiano, Chiara scacciò con un atto di coraggio la soldatesca.
La fermezza di carattere, la dolcezza del suo animo, il modo di governare la sua comunità con la massima carità e avvedutezza, le procurarono la stima dei Papi che vollero persino recarsi a visitarla.
La morte di San Francesco e le notizie che vari monasteri accettavano possessi e rendite amareggiarono e allarmarono la Santa che sempre più malata volle salvare fino all'ultimo la povertà per il suo convento componendo una Regola (simile a quella dei Frati Minori) approvata poi dal Cardinale Rainaldo (futuro Pp Alessandro IV) nel 1252 e alla vigilia della sua morte da Pp Innocenzo IV, recatosi a S. Damiano per portarle la benedizione e consegnarle la bolla papale che confermava la sua regola.
Il giorno dopo,11 agosto 1253, Chiara muore, officiata dal Papa che volle cantare per lei non l'ufficio dei morti, ma quello festivo delle vergini.
Il suo corpo venne sepolto a San Giorgio in attesa di innalzare la chiesa che porta il suo nome. Nonostante l'intenzione di Pp Innocenzo IV fosse quella di canonizzarla subito dopo la morte, si giunse alla bolla di canonizzazione nell'autunno del 1255, dopo averne seguito tutte le formalità, per mezzo di Pp Alessandro IV.
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Leggende :
Chiara è la protettrice delle telecomunicazioni: il giorno di Natale, nella messa servita da Francesco, non c'era Chiara, poiché era costretta a letto a causa della sua infermità. Volendo vedere la messa, le sarebbe apparsa una visione della celebrazione;
• I Saraceni erano alle porte di Assisi, e stavano assediando san Damiano. Chiara, allora, avrebbe preso l'ostensorio, esponendolo alla finestra. Una luce accecante avrebbe spaventato i Saraceni facendoli fuggire dal convento e da Assisi;
• Papa Gregorio IX le fece visita al convento, e le chiese di benedire il pane. E, quando Chiara lo benedì, vi sarebbe comparsa sopra una croce.
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Significato del nome Chiara :
"trasparente, illustre" (latino).

4 agosto 2009

IL SANTO CURATO D'ARS, IL SACERDOTE CHE FACEVA VENIRE VOGLIA DI DIO A QUANTI LO INCONTRAVANO!

San Giovanni Maria Vianney (Curato d’Ars)
Patrono dei Parroci
(memoria)
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Giovanni Maria (Jean-Marie, in francese) Vianney, quarto di sei figli, nacque a Dardilly l’8 maggio 1786, da Mathieu e da Marie Béluse.
La sua era una famiglia contadina di discrete condizioni, con una solida tradizione cristiana, prodiga nelle opere di carità.
I suoi studi sono stati un disastro, e non solo per la Rivoluzione francese...: è lui che non ce la fa col latino, non sa argomentare né predicare... Per farlo sacerdote c'è voluta la tenacia dell'abbé Charles Balley, parroco di Ecully, presso Lione: gli ha fatto scuola in canonica, l'ha avviato al seminario, lo ha riaccolto quando è stato sospeso dagli studi e, dopo un altro periodo di preparazione, lo fa ordinare sacerdote a Grenoble il 13 agosto 1815, a 29 anni, mentre gli inglesi portano Napoleone prigioniero a Sant'Elena.
Giovanni Maria Vianney, appena prete, torna a Ecully come vicario dell'abbé Balley. Vi rimase per poco più di due anni, fino alla morte del suo protettore, avvenuta il 16 dicembre 1817. Allora lo mandano vicino a Bourg-en-Bresse, ad Ars, un borgo con meno di trecento abitanti, che diventerà parrocchia soltanto nel 1821: poca gente, frastornata da 25 anni di sconquassi.
Il curato d'Ars è tra questa gente, con un suo rigorismo male accetto, con la sua impreparazione, tormentato dal sentirsi incapace. Aria di fallimento, angoscia, voglia di andarsene ... ma dopo alcuni anni ad Ars viene gente da ogni parte : quasi dei pellegrinaggi.
Vengono per lui, conosciuto in altre parrocchie dove va ad aiutare o a supplire parroci, specie nelle confessioni. Le confessioni: ecco perché vengono.
Questo Curato deriso da altri preti, e anche denunciato al vescovo per le “stranezze” e i “disordini”, è costretto a stare in confessionale sempre più a lungo (10 e più ore al giorno).
E ormai ascolta anche il professionista di città, il funzionario, la gente autorevole, chiamata ad Ars dai suoi straordinari talenti nell'orientare e confortare, attirata dalle ragioni che sa offrire alla speranza, dai mutamenti che il suo parlare tutto minuscolo sa innescare.
Qui si potrebbe parlare di successo, di rivincita del Curato d'Ars, e di una sua trionfale realizzazione. Invece continua a credersi indegno e incapace, tenta due volte la fuga e poi deve tornare ad Ars, perché lo aspettano in chiesa, venuti anche da lontano.
Sempre la messa, sempre le confessioni, fino alla caldissima estate 1859, quando non può più andare nella chiesa piena di gente perché sta morendo. Paga il medico dicendogli di non venire più: ormai le cure sono inutili, ed infatti raggiunge il Padre il 4 agosto.
Annunciata la sua morte, “treni e vetture private non bastano più”, scrive un testimone.
Dopo le esequie il suo corpo rimane ancora esposto in chiesa per dieci giorni e dieci notti.
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Papa Pio X lo ha proclamato Beato l'8 gennaio 1905: è stato canonizzato il 31 maggio 1925 da Pp Pio XI, che nel 1929 lo ha anche dichiarato patrono dei parroci.
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Nel centenario della morte, il 1 agosto 1959, Pp Giovanni XXIII, ora beato, gli dedicò una enciclica: “Sacerdotii Nostri Primordia” additandolo a modello dei sacerdoti :
"Parlare di San Giovanni Maria Vianney è richiamare la figura di un sacerdote straordinariamente mortificato, che, per amore di Dio e per la conversione dei peccatori, si privava di nutrimento e di sonno, s'imponeva rudi discipline e praticava soprattutto la rinunzia di sè stesso in grado eroico. Se è vero che non è generalmente richiesto ai fedeli di seguire questa via eccezionale, tuttavia la Divina Provvidenza ha disposto che nella Chiesa non mancassero mai pastori di anime che, mossi dallo Spirito Santo, non esitano ad incamminarsi per questo sentiero, poiché sono tali uomini specialmente che operano miracoli di conversioni... ".
Papa Giovanni Paolo II, ora Servo di Dio, era un grande ammiratore e devoto del Santo Curato d’Ars (cfr. Dono e mistero, LEV, Città del Vaticano, 1996 - pag. 65-66).
In occasione del 150° anniversario della sua morte, è stato indetto, da Pp Benedetto XVI, un “Anno Sacerdotale” dedicato alla sua figura di cui, qui di seguito, un estratto del discorso ai partecipanti alla plenaria della congregazione per il clero (sala del concistoro lunedì, 16 marzo 2009):
" Proprio per favorire questa tensione dei sacerdoti verso la perfezione spirituale dalla quale soprattutto dipende l’efficacia del loro ministero, ho deciso di indire uno speciale “Anno Sacerdotale”, che andrà dal 19 giugno prossimo fino al 19 giugno 2010. Ricorre infatti il 150° anniversario della morte del Santo Curato d’Ars, Giovanni Maria Vianney, vero esempio di Pastore a servizio del gregge di Cristo... ".
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Per approfondimenti: curatodars

28 luglio 2009

IL MIO TEMPO APPARTIENE A TE, O SIGNORE!

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"Oh! Come rimpiangeremo,
in punto di morte,
tutto il tempo
che avremo dedicato ai piaceri,
alle conversazioni inutili,
al riposo anziché
dedicarlo alla mortificazione,
alla preghiera,
alle buone opere,
a pensare alla nostra miseria,
a piangere sui nostri peccati!"
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(S. Giovanni Maria Vianney)

AMA E FA' QUEL CHE VUOI...

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Le opere dell’amore
sono sempre opere di pace.
Ogni volta che dividerai il tuo amore con gli altri,
ti accorgerai della pace che giunge a te e a loro.
Dove c’è pace c’è Dio;
è così che Dio riversa pace e gioia nei nostri cuori.
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(Madre Teresa di Calcutta)

28 aprile 2009

SANTA CATERINA DA SIENA, VERGINE E DOTTORE DELLA CHIESA, PATRONA D'ITALIA E D'EUROPA

Nata a Siena il 25 marzo 1347, figlia di Jacopo e Lapa Benincasa, Caterina celebrò a sette anni il suo matrimonio mistico con Cristo. Che ciò non fosse il frutto di fantasie infantili, ma l'inizio di una straordinaria esperienza mistica, lo si potè costastare molto presto.
A 15 anni Caterina entrava a far parte del Terz'Ordine di S. Domenico, iniziando una vita di penitenza di estremo rigore.
Per vincere la repulsione verso un lebbroso maleodorante si chinò a baciarne le piaghe.
Analfabeta, cominciò a dettare le sue lettere, accorate e sapienti, indirizzate a papi, re, condottieri e umile gente del popolo.
Il suo coraggioso impegno sociale e politico suscitò non poche perplessità tra i suoi stessi superiori e dovette presentarsi davanti al Capitolo Generale dei Domenicani, celebrato a Firenze nel maggio del 1377, per rendere conto della sua condotta.
A Siena, nel raccoglimento della sua cella, dettò il Dialogo sulla Divina Provvidenza per sciogliere a Dio il suo ultimo canto d'amore. Rispose quindi all'appello di Urbano VI col quale si era schierata dall'inizio del grande scisma, perchè il Papa la volle a Roma in quel momento di grave confusione.
Qui cadde ammalata e, attorniata dai suoi numerosi discepoli, ai quali raccomandò soltanto di amarsi gli uni gli altri, rese la sua anima a Dio.
Era il 29 aprile 1380: aveva compiuto da un mese 33 anni.

16 aprile 2009

16 APRILE, MEMORIA LITURGICA DI SANTA BERNADETTE SOUBIROUS

Santa Bernadette
suora e veggente di Lourdes che fu favorita dalle apparizioni della SS. Vergine Maria dall’ 11 Febbraio al 16 Luglio 1858

Da Lourdes a Nevers, dal Mulino di Boly a Saint-Gildard, dalla nascita, il 7 Gennaio 1844 alla morte, il 16 Aprile 1879, quanti sconvolgimenti nella vita di Bernadette (al secolo Marie-Bernarde) Soubirous!
Figlia primogenita di un mugnaio rovinato, la cui estrema povertà lo farà gettare in carcere, essa vive, passando da un tugurio all'altro, fino al Cachot : conosce la malattia, la fame, l'esclusione, l'incertezza del domani, il disprezzo da parte di coloro che hanno tutto. Sa appena leggere e scrivere. È un'adolescente del suo tempo che subisce le conseguenze dell'industrializzazione nascente.
L'amore dei suoi e la fede in Dio la fanno camminare a testa alta per le strade di Lourdes. Nel cuore di questa realtà, Bernardetta fa l'esperienza inaspettata dell'incontro con "la Signora di Massabielle".
Dio le dà di conoscere il Suo Amore che sconvolge l'ordine stabilito dagli uomini: nel momento in cui tutti quelli che sanno tutto e che detengono il potere, affermano con tutta sicurezza che la ragione è sufficiente per rifare il mondo, Egli va a cercare una ragazzina che non capisce neppure il francese. "E' perché ero la più povera e la più ignorante che la Santa Vergine mi ha scelta."
Così, l'11 febbraio 1858, tutto è cominciato con un rumore, come un colpo di vento. La Vergine Maria appare per la prima volta a Bernadette alla Grotta di Massabielle, a Lourdes."Vorresti farmi la cortesia di venire qui per quindici giorni?"
La bella Signora ha detto "vorresti"… e Bernardetta ha detto "". Liberamente. "", senza inquietudine, quando i grandi medici sapienti, venuti proprio per vederla, parlano di lei con paroloni enormi "catalessi, isterismo"… "" senza paura quando la minacciano di prigione. "" senza turbarsi davanti a coloro che la trattano da bugiarda o la chiamano "la Santina", e vogliono strapparle un lembo del fazzoletto, del vestito, o un ciuffo di capelli. "" con umiltà, ma dignitosa quando sollecita la sua entrata in una Congregazione presente negli ospedali, negli ospizi e nelle scuole, pur essendo senza istruzione, senza competenze, senza bagagli…
La sera del 7 Luglio 1866, Bernardetta varca la soglia di Saint-Gildard, Casa Madre della Congregazione delle Suore della Carità di Nevers, che aveva conosciuto all'Ospizio di Lourdes, e intraprende così il cammino evangelico proposto dalla Congregazione che ha scelto.
"Dio è Carità": al suo arrivo, Bernadette ha potuto leggere queste parole, impresse sulla pietra del frontone della casa. Esse raggiungono l'esperienza che era già iscritta nel suo cuore: quella dell'amore sorprendente di Dio per ogni uomo.
Durante 13 anni, Bernadette rimarrà a Saint-Gildard, successivamente come aiuto infermiera, responsabile dell'infermeria, sacrestana, ma spesso ammalata lei stessa…
A Nevers, in una vita umile e nascosta, porterà nel suo essere una profonda solidarietà con i più poveri;unita a Gesù, che ha amato fino a donare la Sua propria vita, cercherà di tradurre in ogni suo gesto e in ogni sua parola, il desiderio del suo cuore.
"Non vivrò un solo istante senza passarlo amando".
Spesso ammalata, nell' ultimo periodo della sua vita, Bernardetta trascorre lunghi giorni nell'infermeria Sainte Croix.
"La si lascia sentendosi più forti e più sicuri di quando si è venuti": come i malati, Bernadette conosce l'umiliazione della dipendenza, la sofferenza dell'inutilità; ma di questa umiliazione, di questa sofferenza, essa fa un luogo di apertura agli altri, un luogo di solidarietà profonda con tutti coloro che vivono la stessa traversata:
" … Non avrei certamente scelto questa inazione in cui sono ridotta. La preghiera è la mia sola arma…"
Bernadette non è né passiva né ripiegata su se stessa. Rimane in uno stato di continua sorveglianza per non lasciarsi immergere nella sofferenza.
Chi le viveva vicino descrive quanto "le sofferenze della sua ultima malattia fossero atroci. Il petto, sfinito, era di fuoco; le ossa del ginocchio erano rose da una carie divorante". Queste settimane vissute all'infermeria Sainte Croix, sono per Bernadette un periodo di prova fisica certamente, ma anche di prova spirituale, di "notte" della fede. Ma la sua forza, la sua costanza, le chiede a Gesù; le attinge da Gesù sulla Croce.
Mercoledì 16 Aprile 1879, nella settimana di Pasqua, a metà pomeriggio, è "l'ora" in cui l'avventura di Bernadette giunge a compimento. Come Gesù, essa affida la sua vita nelle mani di Dio, quel Dio che è "nostro Padre e che ha per noi una tenerezza infinita".

Itinerario della canonizzazione :
- 1907: apertura del processo ordinario di beatificazione, completato nel 1909.
- 1909: il 22 settembre, prima riesumazione del corpo di Bernadette: è trovato intatto.
- 1913: il 13 agosto, Pio X autorizza l'Introduzione della causa di beatificazione.
- 1919: il 3 aprile, seconda riesumazione per il riconoscimento del corpo.
- 1923: il 18 novembre, Pio XI dichiara la eroicità delle virtù.
- 1925: il 18 aprile, terza riesumazione: il corpo è sempre intatto. I medici presenti nelle tre esumazioni giudicarono il fenomeno "non naturale".
Il 14 giugno, beatificazione di Bernadette, da parte di Papa Pio XI, a San Pietro di Roma.
Il 18 luglio, il corpo di Bernadette è messo in un’urna, il viso e le mani coperti di una pellicola sottile di cera.
Il 3 agosto, trasferimento dell’urna, dal noviziato alla Cappella del convento Saint-Gildard.
- 1933: l'8 Dicembre, festa dell'Immacolata Concezione, canonizzazione di Bernadette da parte di Papa Pio XI.
(fonte : Sainte Bernadette-Nevers; Lourdes-France.org ; donbosco-torino.it ( RIV. )
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Bernadette Soubirous è la santa protettrice degli ammalati e la Patrona di Lourdes

Dal “ Testamento di Bernadette ”
“ Per la miseria di mamma e papà, per la rovina del mulino, per quel tavolone della sventura, per il vino versato, per le pecore rognose, grazie, mio Dio.
Per la bocca di troppo che ero da sfamare, per i bambini che ho accudito, per le pecore che ho pascolato, grazie.
Grazie, mio Dio, per il procuratore, per i gendarmi, per le parole rudi di Padre Peyramale.
Per i giorni in cui siete venuta, per quelli in cui non siete venuta, non potrò mai ringraziarVi abbastanza che in Cielo...
Grazie perché se ci fosse stata una giovane più insignificante di me, non avreste scelto me…
Grazie per aver colmato di amarezze il cuore troppo tenero che mi avete dato.
Per Madre Josephine, che mi ha definito buona a nulla, grazie…
Per i sarcasmi della Madre Superiora, la sua voce dura, le sue ingiustizie, le sue ironie e per le umiliazioni, grazie.
Grazie di essere stato l’oggetto privilegiato dei rimproveri, per cui le Sorelle dicevano: “Che fortuna non essere Bernadette”.
Grazie di essere stata Bernadette, minacciata di prigione perché Vi aveva vista, Vergine Santa, di essere stata guardata dalla gente come una bestia rara: questa Bernadette talmente insignificante, che quando la si vedeva, si diceva: “Quella là? ”.
Per questo corpo mingherlino che mi avete dato, per questa malattia di inferno, per le mie carni incancrenite, per le mie ossa cariate, per i miei sudori, per la mia febbre, per i miei dolori sordi e acuti, grazie, mio Dio.
E per questa anima che mi avete dato, per il deserto dell’aridità interiore, per la Vostra oscurità e le Vostre rivelazioni, per i Vostri silenzi e i Vostri lampi, per tutto, per Voi, assente o presente, grazie Gesù.».
(fonte: Gruppo Mariano Oremus)